Incontro pubblico online • mercoledì 17 giugno, 2026
Finalità dell’incontro
L’incontro pubblico è stato concepito come un momento di restituzione della ricerca e, al tempo stesso, come un’occasione di confronto sui processi di trasformazione che stanno interessando i sistemi museali territoriali. L’obiettivo era quello di mettere in dialogo alcuni risultati emersi dall’analisi con esperienze, competenze e responsabilità maturate nel corso degli anni da professionisti che operano in ambiti differenti ma accomunati da un rapporto diretto con le politiche culturali, la governance dei sistemi museali, lo sviluppo territoriale e la partecipazione delle comunità.
I relatori sono stati invitati non tanto per rappresentare discipline diverse, quanto per portare esperienze e competenze maturate sul campo su alcune delle principali questioni che oggi attraversano i sistemi museali del Lazio: gli indirizzi legislativi regionali, la governance delle reti, il marketing territoriale, l’accessibilità, il welfare culturale, la sostenibilità organizzativa, il rapporto con le comunità e, più in generale, le nuove prospettive di sviluppo dei sistemi culturali territoriali.
In questo quadro, i brevi contributi dedicati alla ricerca Desk e all’indagine CAWI hanno avuto la funzione di offrire alcuni elementi di contesto e alcuni spunti di riflessione, lasciando volutamente ampio spazio alle esperienze maturate sul campo dai diversi relatori. L’interesse dell’incontro risiedeva infatti nella possibilità di osservare uno stesso fenomeno attraverso punti di vista differenti, ciascuno portatore di competenze, linguaggi e pratiche consolidate.
La diversità degli approcci non costituisce, in questa prospettiva, un elemento di frammentazione, ma il principale valore dell’incontro. È proprio l’integrazione di esperienze professionali, responsabilità istituzionali e percorsi culturali differenti a restituire la natura complessa dei sistemi museali territoriali e delle sfide che essi sono chiamati ad affrontare.
La ricchezza dei contributi ha restituito un quadro articolato delle trasformazioni in atto, mettendo in evidenza la crescente complessità del ruolo dei sistemi museali e le sfide che li attendono nei prossimi anni.
L’incontro è stato ideato e coordinato da Lorenza Merzagora, Consigliera di ICOM Italia – Coordinamento Lazio.
Interventi
Saluti istituzionali: Edoardo Lampis, Responsabile cultura e turismo di Lazio Innova Spa
INTERVENTI:
Valeria Fabio, Q. Servizi museali e Istituti culturali – Area Comunicazione e Promozione dei servizi culturali, Regione Lazio
Gianfranco Valleriani, Direttore della Ricerca
Maria Antonietta Cipriano, Ricercatrice GICH LAB- Università degli Studi Roma TRE
Federico Varazi, Vicepresidente del Consiglio Direttivo di Slow Food Italia
Miriam Mandosi, Progettista per l’accessibilità
Stefano Landi, Presidente SL&A
Luca Dal Pozzolo, Responsabile ricerca, Fondazione Fitzcarraldo
Oleksii Voronko, Responsabile della trasformazione digitale e dei progetti finanziati presso il Museo Nazionale di Belle Arti di Odessa (Ucraina)
Il tema della sostenibilità viene interpretato in una prospettiva ampia, che comprende le dimensioni culturale, sociale, ambientale, economica e gestionale. Da questo punto di vista emerge la necessità di ripensare il ruolo dei musei e delle reti museali in un contesto caratterizzato da profondi cambiamenti geopolitici, tecnologici e sociali, ampliando la riflessione sulle funzioni che le istituzioni culturali sono oggi chiamate ad assumere nei confronti delle comunità e dei territori.
Tra le prospettive richiamate assumono particolare rilievo quelle proposte da Vito Lattanzi, che interpreta il museo come spazio pubblico di partecipazione, nel quale le comunità costruiscono letture plurali del patrimonio, della memoria e dell’identità. Nella stessa direzione si colloca il riferimento a Michele Lanzinger, recentemente scomparso mentre ricopriva la Presidenza di ICOM Italia, il cui contributo sul tema del museo attivista e il progetto Musei del Futuro continuano a rappresentare un importante riferimento per la riflessione sul ruolo attivo delle istituzioni culturali nei processi di trasformazione della società.
Un ulteriore tema di riflessione riguarda gli effetti della trasformazione digitale, che modifica profondamente le modalità di costruzione della conoscenza, delle relazioni sociali e della partecipazione culturale. In questo scenario i musei sono chiamati a rafforzare la propria funzione di luoghi fisici di incontro, confronto ed esperienza, capaci di integrare e riequilibrare le dinamiche proprie degli ambienti digitali.
Ai musei e alle reti museali sono oggi attribuite funzioni sempre più articolate, che comprendono la conservazione del patrimonio, la ricerca, l’educazione, la valorizzazione territoriale, il welfare culturale e la promozione del benessere delle comunità. Da questa evoluzione emerge l’esigenza di rafforzare il dialogo tra il settore culturale e gli altri ambiti delle politiche pubbliche — dalla scuola alla salute, dall’ambiente al turismo — riconoscendo ai sistemi museali il ruolo di infrastrutture culturali essenziali per lo sviluppo dei territori.
Responsabile Cultura e Turismo – DTC Lazio

Le reti museali rappresentano uno strumento strategico per la valorizzazione del patrimonio culturale e per lo sviluppo dei territori. L’esperienza maturata dal DTC Lazio conferma come la cooperazione tra musei costituisca una condizione essenziale per accrescere la visibilità delle istituzioni culturali, rafforzarne la capacità di comunicazione, sviluppare servizi condivisi e costruire relazioni più efficaci con il sistema turistico e con gli operatori del settore.
Le principali criticità che limitano la fruizione del patrimonio culturale regionale non riguardano esclusivamente i singoli musei, ma investono più in generale l’accessibilità ai territori, l’integrazione dei servizi e la mobilità. Da questa prospettiva emerge la necessità di promuovere modelli di valorizzazione capaci di mettere in relazione attrattori culturali, infrastrutture e reti di collegamento, favorendo una fruizione più ampia e integrata del patrimonio diffuso.
In questa direzione si collocano le iniziative recentemente avviate nella Tuscia, orientate alla costruzione di percorsi culturali che connettono musei, siti storici e altri luoghi di interesse, valorizzando le potenzialità dei territori attraverso una progettazione condivisa.
Particolare attenzione viene riservata al ruolo dei musei di minori dimensioni e al patrimonio diffuso delle province del Lazio, il cui sviluppo dipende sempre più dalla capacità di operare in rete e di costruire forme stabili di collaborazione tra istituzioni, operatori culturali, associazioni e comunità locali. In questo quadro, il sostegno del DTC Lazio alla ricerca si inserisce come un investimento nella conoscenza del sistema museale regionale e nella sperimentazione di modelli collaborativi capaci di rafforzarne la sostenibilità e il contributo ai processi di sviluppo territoriale.
L.M. Le criticità infrastrutturali e di accessibilità che interessano molti territori del Lazio rafforzano ulteriormente il valore strategico delle reti museali come strumenti di cooperazione territoriale. In questa prospettiva, assume particolare rilievo la possibilità di sviluppare maggiori sinergie tra i circuiti di valorizzazione promossi a livello regionale e i sistemi museali accreditati, così da sostenere anche le realtà museali collocate nei contesti più periferici.
E.Q. Servizi museali e Istituti culturali – Area Comunicazione e Promozione dei Servizi culturali, Regione Lazio

L’attuale Organizzazione Museale Regionale del Lazio rappresenta il risultato di un processo di evoluzione normativa che, negli ultimi anni, ha progressivamente rafforzato il ruolo dei sistemi museali quali strumenti di cooperazione, qualificazione dei servizi e sviluppo territoriale.
Il Regolamento regionale n. 7 del 2024 ridefinisce il percorso di adesione all’Organizzazione Museale Regionale per musei, sistemi museali e altri istituti culturali, introducendo un modello che non si limita alla verifica dei requisiti tecnici e organizzativi, ma accompagna progressivamente le istituzioni nel raggiungimento degli standard di qualità. Particolare rilievo assumono il consolidamento delle competenze professionali, l’organizzazione dei servizi e la capacità di operare stabilmente in forma collaborativa.
Un elemento centrale del nuovo impianto riguarda il raccordo con il Sistema Museale Nazionale. L’adeguamento della normativa regionale è stato sviluppato in stretta collaborazione con il Ministero della Cultura, con l’obiettivo di favorire l’adozione di standard condivisi e accompagnare le istituzioni museali verso il sistema nazionale di accreditamento. In questa prospettiva si inserisce anche la collaborazione tra Regione Lazio e ICOM Italia, finalizzata a sostenere attività di formazione, aggiornamento professionale e sviluppo delle competenze.
L’Organizzazione Museale Regionale comprende attualmente 163 musei e istituti assimilati e 12 sistemi museali, articolati in 2 sistemi museali urbani, 4 sistemi museali interterritoriali, 2 sistemi museali tematici e 4 sistemi integrati a prevalenza museale. Questa articolazione restituisce un modello di cooperazione differenziato, costruito per rispondere alle diverse caratteristiche dei territori e delle istituzioni coinvolte e capace di valorizzare forme organizzative tra loro complementari.
Particolare attenzione è stata dedicata ai sistemi integrati a prevalenza museale, che rappresentano una delle innovazioni più significative introdotte dall’ordinamento regionale. L’integrazione tra musei, biblioteche, archivi e altri servizi culturali consente infatti di superare una visione settoriale delle politiche culturali, favorendo la costruzione di reti nelle quali patrimoni, competenze e servizi differenti concorrono alla definizione di un’offerta culturale unitaria e maggiormente rispondente ai bisogni delle comunità. In questa prospettiva assumono rilievo anche le cosiddette reti ibride, forme di cooperazione che ampliano il tradizionale concetto di rete museale aprendolo all’integrazione tra differenti istituti e servizi culturali. Tale evoluzione trova un importante riferimento nell’articolo 27 della Legge regionale n. 24 del 2019, che introduce il concetto di sistemi integrati di servizi culturali, delineando un indirizzo strategico destinato ad ampliare progressivamente il campo delle politiche regionali dalla cooperazione tra musei all’integrazione dell’intero sistema dei servizi culturali presenti sul territorio.
Tra le principali prospettive di sviluppo emergono il rafforzamento della sostenibilità organizzativa, la condivisione delle professionalità richieste dagli standard di qualità e il consolidamento delle forme di cooperazione tra istituzioni. In questo quadro assume particolare interesse anche il Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute sul tema della prescrizione sociale, che individua nei sistemi museali un’infrastruttura particolarmente idonea per sperimentare nuove forme di welfare culturale.
Nel loro insieme, i sistemi museali vengono così interpretati non soltanto come strumenti di coordinamento amministrativo, ma come infrastrutture permanenti di cooperazione, capaci di sostenere la crescita qualitativa dei musei, condividere competenze professionali e rafforzare il contributo delle istituzioni culturali allo sviluppo dei territori.
Direttore della ricerca

La ricerca nasce dall’esigenza di ricostruire un quadro conoscitivo dei sistemi museali del Lazio che mettesse in relazione le caratteristiche organizzative delle reti con i contesti economici, sociali e culturali nei quali esse operano. La ricognizione preliminare ha evidenziato l’assenza di dati organici in grado di descrivere in modo integrato questa realtà, rendendo necessario un percorso di ricerca articolato in più fasi.
Per colmare tale lacuna è stata realizzata una specifica analisi desk, costruita attraverso l’integrazione di informazioni provenienti da numerose fonti istituzionali, che ha consentito di delineare il profilo economico, sociale e culturale dei diversi territori regionali. Su questa base è stata progettata l’indagine CAWI, rivolta ai responsabili dei musei appartenenti ai sistemi museali accreditati della Regione Lazio, con l’obiettivo di raccogliere direttamente il punto di vista di chi opera quotidianamente all’interno delle reti e di costruire una lettura empirica fondata sull’esperienza concreta degli operatorii.
Le prime evidenze dell’indagine mostrano come i musei inseriti nei sistemi museali tendano a evolvere da luoghi prevalentemente dedicati alla conservazione del patrimonio a veri e propri attori territoriali, capaci di svolgere funzioni di relazione, partecipazione e sviluppo all’interno delle comunità locali. L’appartenenza a una rete contribuisce infatti ad ampliare il ruolo del museo, rafforzandone la dimensione sociale e la capacità di operare in collaborazione con gli altri soggetti del territorio.
L’analisi evidenzia inoltre come le reti museali abbiano già sviluppato significative forme di collaborazione, in particolare nella programmazione culturale condivisa, nella progettazione congiunta e nelle attività di comunicazione integrata. Permangono tuttavia elementi di fragilità sul piano organizzativo, legati soprattutto alla limitata condivisione di competenze professionali, risorse e servizi comuni, aspetti che rappresentano una condizione essenziale per il consolidamento delle reti.
Un ulteriore ambito di attenzione riguarda le competenze necessarie per accompagnare l’evoluzione dei sistemi museali. L’indagine evidenzia una crescente domanda di professionalità nei campi del fundraising, della gestione manageriale, della progettazione e delle competenze digitali, confermando come la sostenibilità delle reti richieda capacità organizzative, progettuali e relazionali sempre più articolate rispetto a quelle tradizionalmente richieste ai singoli musei.
Tra le principali prospettive emerse dalla ricerca assume particolare rilievo la necessità di favorire il passaggio da forme di collaborazione già consolidate verso modelli di cooperazione strutturata, nei quali la condivisione di competenze, risorse e strumenti organizzativi diventi un elemento stabile della governance delle reti. È in questa direzione che si colloca uno dei principali percorsi di maturazione dei sistemi museali del Lazio e uno degli ambiti sui quali la ricerca intende offrire elementi di conoscenza e di supporto alle future politiche regionali.
Gich Lab, Università degli Studi di Roma Tre

La ricerca assume come punto di partenza una domanda fondamentale: in che modo la governance di un sistema museale deve calibrarsi sul territorio nel quale opera? Per rispondere a questo interrogativo è stata sviluppata una prima fase di analisi, fondata su una ricognizione desk delle caratteristiche economiche, sociali, culturali e patrimoniali delle cinque province del Lazio, finalizzata a costruire il quadro territoriale entro il quale operano gli undici sistemi museali regionali, articolati in nove sistemi territoriali e due sistemi tematici.
L’impostazione metodologica proposta si distingue dagli approcci più consolidati presenti in letteratura, che tendono a interpretare le reti prevalentemente dall’interno, concentrandosi sui meccanismi di coordinamento tra le istituzioni partecipanti, sulle strutture di governance e sulle relazioni organizzative. La ricerca introduce invece un approccio integrato, definito in-out, che considera i sistemi museali come organizzazioni profondamente connesse al contesto economico, sociale, culturale e comunitario nel quale sono inserite.
In questa prospettiva la qualità della governance non dipende esclusivamente dall’efficienza dell’organizzazione interna, ma anche dalla capacità della rete di comprendere il territorio, interpretarne le vocazioni, costruire relazioni con gli attori locali e generare valore culturale, sociale ed economico. Questa impostazione trova un importante riferimento nella teoria dei distretti culturali, secondo la quale la performance di un sistema museale dipende non soltanto dalla qualità del coordinamento interno, ma anche dalla capacità di radicarsi nel contesto economico, sociale e identitario nel quale opera.
L’analisi desk costituisce la base empirica di questo approccio. La ricostruzione dei profili territoriali è stata realizzata attraverso l’integrazione di dati provenienti da fonti statistiche e istituzionali, in particolare dalle banche dati ISTAT e dagli indirizzi contenuti nel Piano Triennale per lo sviluppo del Turismo della Regione Lazio, individuando per ciascuna provincia i principali asset economici, sociali, culturali e patrimoniali. L’obiettivo non era esaurire la complessità delle identità territoriali, ma delinearne le vocazioni prevalenti, costruendo un quadro interpretativo capace di mettere in relazione le caratteristiche dei territori con le modalità di funzionamento dei sistemi museali.
L’analisi comparativa restituisce il quadro di una regione profondamente eterogenea. Roma rappresenta un caso eccezionale nel panorama europeo, concentrando la quasi totalità dei flussi turistici regionali e un patrimonio culturale di rilevanza mondiale. Questa straordinaria capacità attrattiva costituisce una risorsa fondamentale, ma rischia al tempo stesso di rendere meno visibile il patrimonio diffuso presente nel resto della regione. Latina presenta una significativa integrazione tra patrimonio culturale, turismo balneare, città di fondazione e un importante sistema agroalimentare. Frosinone evidenzia la compresenza di un’economia industriale di rilievo nazionale e di un patrimonio storico e archeologico ancora sottoutilizzato, delineando la necessità di costruire nuove connessioni tra impresa e cultura. Viterbo concentra un patrimonio storico-archeologico di straordinario valore, strettamente connesso ai borghi storici, alle produzioni di qualità e agli itinerari del turismo lento. Rieti, infine, si caratterizza per un patrimonio ambientale e culturale fortemente identitario, legato ai paesaggi naturali, ai cammini e alla Via di Francesco.
Questa ricostruzione evidenzia come la diversità dei territori non rappresenti un problema da superare attraverso modelli uniformi di governance, ma costituisca la condizione di partenza dalla quale ogni sistema museale è chiamato a costruire le proprie strategie di sviluppo. Le differenti vocazioni territoriali richiedono infatti modelli di cooperazione, forme di governance e priorità progettuali differenti, coerenti con le specificità economiche, sociali e culturali dei contesti nei quali le reti operano.
L’analisi desk costituisce inoltre il presupposto interpretativo della successiva indagine CAWI. L’integrazione tra i dati territoriali e quelli raccolti presso i musei permette di valutare il grado di coerenza tra le caratteristiche dei diversi contesti e la capacità delle reti di rispondere alle esigenze dei territori nei quali operano. L’obiettivo finale non è produrre una fotografia statica dei sistemi museali del Lazio, ma costruire una mappa dinamica delle loro potenzialità, delle criticità e delle prospettive di sviluppo, utile sia alla ricerca scientifica sia alla definizione delle future politiche culturali regionali.aa
L.M. Il rapporto tra musei e territorio può essere osservato da prospettive differenti ma complementari. La duplice esperienza maturata nella direzione di un museo territoriale e nell’ambito di Slow Food Italia offre un punto di osservazione privilegiato per comprendere come le reti culturali possano dialogare con le comunità locali, le produzioni tipiche, il paesaggio e le strategie di sviluppo locale. È proprio in questa intersezione tra patrimonio, identità e valorizzazione territoriale che si colloca il contributo di Federico Varazi.
Vicepresidente Consiglio Direttivo Slow Food

Nei territori caratterizzati da una limitata presenza di servizi culturali, i piccoli musei svolgono una funzione che va ben oltre la conservazione del patrimonio. Essi rappresentano spesso gli unici presìdi permanenti di accoglienza, partecipazione e produzione culturale, assumendo un ruolo di infrastrutture civiche attraverso le quali le comunità costruiscono relazioni, rafforzano la propria identità e sviluppano nuove forme di collaborazione con il territorio. La dimensione sociale del museo diventa così parte integrante della sua missione culturale.
L’esperienza del Museo dell’Energia di Ripi, sviluppata nell’arco di oltre vent’anni in un piccolo comune della provincia di Frosinone, dimostra come la costruzione di un museo territoriale richieda innanzitutto un processo di ascolto e di riconoscimento della memoria locale. Ospitato in un antico lavatoio pubblico, il museo non nasce dalla semplice trasformazione di un edificio storico in spazio espositivo, ma dalla capacità di riconoscere il valore sociale che quel luogo continuava ad avere per la comunità. La sfida consisteva nel non sottrarre ai cittadini uno spazio della loro quotidianità, ma nel trasformarlo in un luogo nel quale la memoria collettiva potesse continuare a vivere, assumendo nuove forme di partecipazione culturale. Il museo diventa così un dispositivo di continuità tra storia, identità locale e progettualità contemporanea.
Questa esperienza evidenzia come il radicamento territoriale non possa essere costruito esclusivamente attraverso le attività espositive, ma richieda un dialogo costante con il tessuto sociale, economico e associativo. Le relazioni con scuole, associazioni, amministrazioni locali, imprese e cittadini diventano parte integrante dell’azione museale, così come la capacità di interpretare le specifiche vocazioni del territorio. Il museo non si limita a rappresentare il contesto nel quale opera, ma contribuisce a renderlo più consapevole delle proprie risorse culturali, ambientali e produttive.
Questa prospettiva trova un’applicazione concreta nelle esperienze sviluppate all’interno del sistema museale RESINA, dove il museo esce dai propri spazi tradizionali per abitare i luoghi della vita quotidiana. L’esperienza realizzata nel mercato di Colleferro rappresenta un esempio particolarmente significativo: uno spazio normalmente dedicato allo scambio commerciale viene reinterpretato come luogo di divulgazione scientifica, educazione ambientale e valorizzazione delle conoscenze territoriali. Le produzioni agricole dialogano con la geologia, la biodiversità, le scienze naturali e il patrimonio culturale, mostrando come la cultura possa essere generata all’interno delle pratiche quotidiane delle comunità e non esclusivamente negli spazi istituzionali del museo.
Il successivo percorso in Slow Food Italia amplia ulteriormente questa prospettiva. Le esperienze di Slow Food Travel vengono descritte come reti territoriali costruite a partire da comunità già esistenti, nelle quali produttori, istituzioni culturali, operatori economici e cittadini condividono un progetto comune di valorizzazione del territorio. Non si tratta semplicemente di costruire itinerari turistici, ma di riconoscere e mettere in relazione patrimoni materiali e immateriali, paesaggi, produzioni locali, saperi tradizionali e identità culturali. Il turismo diventa così l’esito di un territorio che ha saputo organizzarsi come comunità ospitante, piuttosto che l’obiettivo dal quale partire. La formazione continua degli operatori e il rafforzamento delle competenze rappresentano, in questa prospettiva, condizioni indispensabili per garantire qualità, accoglienza e sostenibilità ai processi di sviluppo locale.
Il concetto di connessione attraversa trasversalmente tutte queste esperienze. Le reti non possono essere interpretate come semplici assetti organizzativi né come collegamenti automatici tra istituzioni. Esse vivono delle relazioni che riescono a costruire e ad alimentare nel tempo, attraverso un lavoro continuo di mediazione, ascolto e cooperazione tra comunità, associazioni, istituzioni e operatori economici. La creatività, indispensabile per operare nei piccoli musei e nei territori periferici, non può più essere soltanto una risposta contingente alla scarsità di risorse, ma deve trasformarsi in una competenza strutturale capace di generare fiducia, consolidare le relazioni e accompagnare nel tempo i processi di sviluppo culturale, sociale ed economico dei territori.
L.M. Il tema delle connessioni, emerso come elemento centrale dell’intervento precedente, richiama una questione più ampia: le reti culturali diventano realmente efficaci quando riescono a trasformare il patrimonio in una risorsa condivisa dalle comunità e in un fattore di sviluppo territoriale. È in questa prospettiva che il rapporto tra partecipazione, accessibilità e welfare culturale assume un ruolo sempre più centrale nelle politiche dei sistemi museali.
Progettista per l’accessibilità

L’intervento propone una rilettura del museo contemporaneo fondata sulle relazioni che esso costruisce con le comunità, assumendo partecipazione, accessibilità e inclusione come dimensioni strutturali della funzione culturale.
Le trasformazioni che interessano oggi i musei e i sistemi culturali pongono una domanda preliminare: che cos’è un museo contemporaneo, a chi serve e quale valore produce per la società? La crescente complessità delle comunità, dei territori e delle identità rende infatti necessario ripensare il ruolo delle istituzioni culturali non soltanto come luoghi di conservazione del patrimonio, ma come spazi nei quali le persone costruiscono relazioni, riconoscimento e partecipazione.
Al centro di questa prospettiva si collocano le comunità. Le persone non costituiscono un pubblico omogeneo, ma appartengono contemporaneamente a molteplici comunità, portatrici di storie, memorie, identità e bisogni differenti. Per questo motivo il primo riferimento dei sistemi museali è rappresentato dai pubblici di prossimità, ovvero da coloro che vivono quotidianamente i territori e contribuiscono, attraverso le proprie esperienze, a costruirne il patrimonio culturale.
Questa impostazione trova uno dei propri principali riferimenti nella Convenzione di Faro, che introduce una profonda innovazione nel modo di intendere il patrimonio culturale. Il patrimonio non coincide esclusivamente con un insieme di beni da conservare, ma acquista significato attraverso le comunità di eredità che lo riconoscono, lo interpretano, lo trasmettono e ne costruiscono continuamente il valore. La sostenibilità culturale consiste proprio nella capacità di mettere in relazione passato, presente e futuro, affinché il patrimonio continui a rappresentare una risorsa condivisa per le generazioni successive.
In questa prospettiva anche la definizione stessa di museo assume un significato diverso. La sua funzione non può più essere valutata esclusivamente in relazione alla conservazione delle collezioni, ma deve misurarsi con il contributo che è in grado di offrire allo sviluppo della società, alla qualità della vita delle persone e alla costruzione di comunità più inclusive e partecipi.
Il tema del welfare culturale si inserisce pienamente in questa evoluzione. Il recente protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute rappresenta un importante riconoscimento istituzionale del ruolo che la cultura può svolgere nel promuovere il benessere biopsicosociale delle persone. La prescrizione sociale costituisce una delle applicazioni più avanzate di questo approccio, ma rappresenta soltanto il punto di arrivo di un percorso che richiede nuove forme di collaborazione tra musei, servizi sanitari, istituzioni educative e comunità locali. Operare nel campo del welfare culturale significa infatti sviluppare competenze interdisciplinari, capacità di coprogettazione e nuove modalità di interpretazione del patrimonio.
Le esperienze realizzate nel Lazio dimostrano come questa trasformazione sia già in corso. I percorsi formativi promossi nell’ambito del PNRR Accessibilità hanno contribuito a rafforzare le competenze professionali delle reti museali, mentre iniziative come la mostra Tante Storie, sviluppata dal Sistema Integrato SIF Cultura, hanno sperimentato modalità innovative di narrazione condivisa dei territori, integrando accessibilità, sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. Analogamente, le esperienze promosse dal sistema delle Città di Fondazione, e in particolare dal Museo Cambellotti di Latina, mostrano come il coinvolgimento delle comunità possa diventare uno strumento permanente di valorizzazione del patrimonio e di sviluppo territoriale.
Accanto alla progettazione emerge tuttavia una sfida ulteriore: la valutazione dell’impatto. Rendere visibili gli effetti prodotti dalle attività culturali, documentare i cambiamenti generati nelle comunità, condividere dati, risultati e anche le criticità rappresenta una condizione indispensabile per consolidare il ruolo dei sistemi museali nelle politiche pubbliche. La capacità di dimostrare il valore sociale della cultura costituisce infatti uno degli elementi che possono rafforzare il riconoscimento istituzionale delle reti e orientare le future strategie di sviluppo. Da questa prospettiva emerge infine l’esigenza di superare una logica fondata sulla realizzazione di singoli progetti, per orientarsi verso programmi di medio e lungo periodo sostenuti da adeguati indirizzi di governance.
È in questo quadro che l’evoluzione dell’Organizzazione Museale Regionale e del Sistema Museale Nazionale rappresenta non soltanto un percorso di qualificazione amministrativa, ma un’opportunità per consolidare il ruolo dei musei come infrastrutture culturali permanenti al servizio delle comunità.
L.M. Le riflessioni sviluppate nel corso dell’incontro delineano un quadro nel quale i sistemi museali sono chiamati a confrontarsi con sfide sempre più ampie: partecipazione delle comunità, nuove competenze, welfare culturale, valutazione dell’impatto e costruzione di relazioni stabili con i territori. Molte delle esperienze maturate nel Lazio dimostrano come questa evoluzione sia già in atto e come, in diversi contesti regionali, si siano ormai consolidati modelli di collaborazione, progettualità condivise e pratiche innovative. La questione diventa allora comprendere in che modo questo patrimonio di competenze, esperienze e reti possa tradursi in una maggiore capacità di incidere sullo sviluppo dei territori, rafforzandone l’identità, la riconoscibilità e l’attrattività. In altri termini, come trasformare una ricchezza di pratiche già esistenti in una leva stabile di sviluppo territoriale. È questa la prospettiva nella quale si inserisce la riflessione sul contributo che il marketing territoriale può offrire ai sistemi museali.
Presidente SL&A

La cultura, intesa in senso antropologico come insieme dei modi di vita, delle pratiche sociali, delle memorie condivise e dei valori di una comunità, costituisce il principale fattore di costruzione dell’identità territoriale. È da questa identità che prende forma il valore di un territorio, inteso non come semplice somma delle sue risorse culturali, ambientali ed economiche, ma come capacità di renderle riconoscibili, coerenti e significative sia agli occhi di chi vi abita sia di chi lo incontra. In questa prospettiva il patrimonio culturale non rappresenta soltanto un bene da conservare o un’attrazione da promuovere, ma una componente essenziale di un sistema territoriale nel quale musei, paesaggio, produzioni locali, imprese, memoria storica, qualità della vita e comunità concorrono alla costruzione di un’identità condivisa.
Il valore di un territorio non deriva infatti dalla quantità delle sue risorse, ma dalla qualità delle relazioni che esse riescono a costruire. Musei, beni culturali, produzioni tipiche, paesaggi, servizi, imprese e patrimonio immateriale acquistano significato quando vengono interpretati come parti di un unico ecosistema territoriale. È questa capacità di mettere in relazione elementi differenti che trasforma un insieme di attrattori in un progetto di sviluppo. Da questo punto di vista, l’analisi delle vocazioni territoriali sviluppata nell’ambito della ricerca assume un particolare rilievo, poiché consente di riconoscere le specificità dei diversi contesti e di costruire strategie coerenti con la loro identità, evitando modelli uniformi di valorizzazione.
In questa prospettiva assume un ruolo centrale anche il concetto di marca territoriale, intesa non come semplice strumento di comunicazione o di promozione, ma come espressione dell’identità di una comunità e dell’immagine che essa riesce a trasmettere all’esterno. Il valore cresce quando la rappresentazione che un territorio costruisce di sé tende a coincidere con quella percepita da chi lo osserva dall’esterno, generando una condizione di reciproco riconoscimento che rafforza reputazione, attrattività e senso di appartenenza. La marca territoriale non è quindi un marchio, ma la sintesi di una relazione coerente tra identità vissuta e identità percepita, capace di produrre valore per il patrimonio culturale, per le produzioni locali, per i servizi e per l’intero sistema territoriale.
Questa impostazione comporta anche un profondo ripensamento delle tradizionali politiche di valorizzazione. Per lungo tempo si è ritenuto che fosse sufficiente aumentare l’offerta culturale per generare automaticamente domanda, sviluppo e attrattività. Una sorta di “presunzione dell’offerta”, che attribuisce valore ai beni culturali in modo autoreferenziale, senza interrogarsi sulle motivazioni, sui bisogni e sulle aspettative delle persone. Le strategie territoriali richiedono invece una conoscenza approfondita della domanda di esperienze, di significato e di qualità della vita, affinché il patrimonio culturale possa essere interpretato non come un prodotto da promuovere, ma come una risposta alle esigenze delle comunità e dei visitatori. Più che costruire prodotti standardizzati, i sistemi territoriali sono chiamati a generare esperienze capaci di integrare patrimonio, paesaggio, comunità e benessere in un’unica narrazione identitaria.
L’esperienza del MUSE di Trento rappresenta un esempio particolarmente significativo di questa impostazione. Il successo dell’istituzione non deriva esclusivamente dalla qualità del progetto museale, ma dalla sua integrazione all’interno di una strategia territoriale più ampia, nella quale politiche turistiche, servizi, mobilità, accessibilità e accoglienza concorrono alla costruzione di un’unica esperienza. Strumenti come la Trentino Guest Card non svolgono soltanto una funzione promozionale, ma favoriscono l’integrazione tra musei, trasporti, ospitalità e patrimonio diffuso, trasformando la rete culturale in una componente strutturale dell’offerta territoriale. Il museo non costituisce quindi un episodio isolato di eccellenza, ma uno degli elementi di un sistema che produce valore attraverso la qualità delle connessioni tra le sue diverse componenti.
Questa lettura richiama anche il tema della continuità delle politiche pubbliche. La costruzione del valore territoriale richiede tempi lunghi e non può essere affidata esclusivamente alla successione di progetti o finanziamenti episodici. Le reti culturali rappresentano infrastrutture permanenti di sviluppo e, come tali, richiedono investimenti costanti, competenze, capacità di coordinamento e modelli di governance in grado di accompagnarne l’evoluzione nel tempo. La frammentazione degli interventi e l’assenza di una visione strategica rischiano infatti di disperdere competenze, relazioni e opportunità costruite con grande impegno nei territori.
La costruzione del valore territoriale è, in definitiva, un processo continuo di cura. Come le relazioni tra le persone si consolidano attraverso il tempo, la fiducia e la reciprocità, così anche le reti culturali richiedono accompagnamento, manutenzione e una costante capacità di rinnovarsi. Solo in questa prospettiva esse possono trasformarsi da strumenti di cooperazione progettuale in vere infrastrutture permanenti di sviluppo culturale, sociale ed economico, capaci di contribuire alla competitività dei territori senza rinunciare alla loro identità.
L.M. Le riflessioni sul valore del territorio e sulla costruzione dell’identità richiamano una questione più ampia, che riguarda l’evoluzione stessa delle politiche culturali. Se le reti museali sono chiamate a diventare strumenti di sviluppo territoriale, occorre interrogarsi sulle forme di governance e sui modelli organizzativi più idonei a sostenerne la crescita nel tempo. È su questo terreno che si colloca la riflessione conclusiva dedicata alla sostenibilità delle reti culturali.
Architetto, Fondatore e Riposabile Archivio Storico Fondazione Fitzcarraldo

I musei del territorio costituiscono una delle principali specificità del sistema museale italiano. Nati, come ricordava Andrea Emiliani, per custodire e interpretare il patrimonio diffuso dei territori, essi hanno progressivamente ampliato il proprio campo d’azione, assumendo un ruolo sempre più rilevante nella lettura del paesaggio, delle identità locali, della memoria collettiva e dei processi di sviluppo territoriale. Questa evoluzione trova un passaggio fondamentale nell’introduzione, all’inizio degli anni Duemila, degli standard territoriali fortemente sostenuti da Massimo Montella nell’ambito dei lavori della Commissione Stato-Regioni. L’inserimento di tali standard segnò un cambiamento significativo: la qualità di un museo non veniva più valutata esclusivamente in relazione alle sue caratteristiche interne, ma anche alla sua capacità di operare all’interno di un sistema territoriale di cooperazione.
L’esperienza sviluppata successivamente in Piemonte nel processo di accreditamento dei musei conferma la portata di questa intuizione. Per la grande maggioranza dei piccoli musei risultava infatti impossibile soddisfare individualmente gli standard richiesti in termini di personale, orari di apertura, competenze professionali e dotazioni organizzative. La rete diventava così non un semplice strumento di coordinamento, ma la condizione necessaria per condividere risorse, servizi e professionalità, consentendo anche alle istituzioni di minori dimensioni di raggiungere livelli qualitativi altrimenti irraggiungibili. La cooperazione si configura quindi come una vera infrastruttura organizzativa e non come una semplice forma di collaborazione volontaria.
Affinché tale cooperazione possa consolidarsi, tuttavia, non sono sufficienti accordi formali o protocolli istituzionali. Una rete funziona quando tra le persone che la compongono si sviluppano fiducia, conoscenza reciproca e familiarità professionale. La possibilità di condividere competenze, affrontare problemi comuni e costruire progettualità integrate nasce infatti dalla qualità delle relazioni tra gli operatori prima ancora che dagli strumenti amministrativi. La rete rappresenta quindi, innanzitutto, una comunità professionale capace di apprendere, cooperare e crescere attraverso il confronto continuo.
La ricerca evidenzia però una criticità strutturale che interessa in particolare i piccoli musei: il forte squilibrio tra il tempo necessario per garantire il funzionamento quotidiano della singola istituzione e quello richiesto per partecipare attivamente alla vita della rete. Questo trade-off organizzativo rischia di limitare la cooperazione a un semplice scambio di informazioni o al coordinamento occasionale delle attività, impedendo alle reti di compiere quel salto di qualità verso forme più mature di progettazione, gestione e sviluppo condivisi. La cooperazione non rappresenta quindi un’attività ulteriore da affiancare alle funzioni ordinarie dei musei, ma un diverso modello organizzativo attraverso il quale interpretare la gestione del patrimonio e il rapporto con il territorio.
Da questa consapevolezza deriva l’esigenza di investire in nuove professionalità dedicate specificamente all’animazione delle reti. L’esperienza sperimentata in Piemonte attraverso il finanziamento di giovani professionisti incaricati di sviluppare relazioni, integrare programmi e accompagnare la progettazione condivisa, così come la figura dell’animatore dello sviluppo locale presente in Francia, mostrano come la sostenibilità delle reti dipenda in larga misura dalla disponibilità di persone capaci di costruire cooperazione stabile. Più che ingenti risorse economiche, le reti necessitano di una massa critica di competenze organizzative e relazionali in grado di accompagnarne l’evoluzione nel tempo. La sostenibilità delle reti non dipende quindi soltanto dalla disponibilità di risorse economiche, ma dalla presenza di professionalità che abbiano come compito specifico quello di costruire, alimentare e mantenere nel tempo le relazioni di cooperazione.
Questa prospettiva conduce a un ulteriore ampliamento del concetto stesso di rete. Le reti museali che rimangono circoscritte esclusivamente al settore culturale rischiano di trasformarsi in quelle che, nel linguaggio degli operatori, vengono efficacemente definite “reti celibi”: sistemi capaci di dialogare al proprio interno, ma incapaci di sviluppare relazioni con gli altri attori del territorio. La sfida consiste invece nella costruzione di reti ibride, aperte alla collaborazione con produttori agricoli, imprese, scuole, servizi sociali, operatori turistici, associazioni e comunità locali. In questa prospettiva il museo contribuisce ad attribuire valore culturale alle produzioni e alle risorse del territorio, diventando parte integrante di un più ampio ecosistema di sviluppo locale.
La sostenibilità economica delle reti non deriva principalmente dalla ricerca di nuove sponsorizzazioni o di ulteriori risorse finanziarie, ma dalla capacità di diventare soggetti riconosciuti e rilevanti all’interno del tessuto economico e sociale del territorio. I musei del territorio non sono chiamati a competere sul numero dei visitatori, ma a dimostrare il proprio valore attraverso la qualità delle relazioni che sviluppano con scuole, servizi pubblici, operatori economici e comunità locali. È questa capacità di rappresentare e connettere i diversi sistemi territoriali che ne rafforza il ruolo nelle politiche di sviluppo e crea le condizioni per una maggiore sostenibilità anche sul piano economico.
La rete acquista significato solo quando la cooperazione diventa percepibile anche dai cittadini e dai visitatori. Orari coordinati, servizi integrati, sistemi di mobilità, informazioni condivise e programmi comuni rappresentano le manifestazioni concrete di un progetto unitario. Una rete non coincide quindi con una delimitazione geografica né con un accordo istituzionale: esiste realmente quando produce un’esperienza integrata del territorio e rende visibile il valore aggiunto della cooperazione, generando benefici concreti per i cittadini, per i visitatori, per il territorio e per le comunità che lo abitano. È in questa capacità di trasformare le relazioni in servizi, opportunità e sviluppo condiviso che si misura la maturità delle reti museali e il loro contributo alla sostenibilità dei territori
l futuro dei musei del territorio consiste proprio nella capacità di costruire queste connessioni, attribuendo valore culturale alle produzioni, ai paesaggi e alle altre risorse locali.
L.M. A conclusione dell’intervento di Luca Dal Pozzolo, il dibattito si è soffermato sul dinamismo che caratterizza molte delle reti museali del Lazio e sulla crescente consapevolezza che, accanto ai finanziamenti destinati ai progetti, sia necessario sostenere le reti anche attraverso strumenti di accompagnamento, indirizzi strategici e occasioni di confronto tra professionisti. In questa prospettiva, la definizione di modelli di gestione e di sostenibilità adeguati alle specificità dei diversi sistemi museali emerge come una delle principali sfide per l’evoluzione delle politiche regionali. La ricerca è stata infine richiamata quale possibile base conoscitiva per favorire nuove sinergie tra Regione Lazio, DTC Lazio, Lazio Innova e i soggetti impegnati nello sviluppo dei sistemi museali regionali.
Interventi dei partecipanti
Nel successivo dibattito sono intervenuti alcuni partecipanti, riportando il confronto sulle esperienze concrete dei sistemi museali regionali.
Laura Silvi, presidente dell’Associazione A Passi Ferrati e del Museo della Ferrovia della Valle dell’Iri, aderente al Sistema Integrato SIF Cultura, ha sottolineato il valore dell’appartenenza a una rete come occasione di crescita, confronto e collaborazione tra istituzioni culturali. L’intervento ha richiamato, in particolare, la necessità di rafforzare il dialogo tra musei, amministrazioni locali e territori, superando le frammentazioni che ancora limitano la costruzione di strategie condivise e la sostenibilità delle iniziative.
Maria Di Gregorio, della società di ricerca G&R, partner del progetto e responsabile della realizzazione dell’indagine CAWI, ha richiamato uno dei risultati più significativi emersi dalla ricerca: il progressivo rafforzamento delle relazioni tra musei, scuole, associazioni, enti locali e comunità territoriali. Muovendo da queste evidenze, ha chiesto a Luca Dal Pozzolo una riflessione sull’evoluzione del rapporto tra musei e territorio e sulle principali sfide che attendono oggi i sistemi museali.
Il tempo lungo della costruzione territoriale
Rispondendo alla sollecitazione emersa dal dibattito, Luca Dal Pozzolo ha osservato come negli ultimi anni sia cresciuta la consapevolezza del ruolo che i musei del territorio possono svolgere nei processi di sviluppo locale. Sempre più istituzioni stanno infatti maturando una propria identità, svincolandosi dal modello dei grandi musei e riconoscendo nella relazione con il territorio, con le comunità e con i visitatori il principale ambito della propria missione culturale.
Il consolidamento di questo percorso richiede tuttavia tempi lunghi. Costruire relazioni di fiducia, modificare approcci consolidati, sviluppare nuove forme di collaborazione tra istituzioni e comunità rappresenta un processo graduale, che non può essere accelerato esclusivamente attraverso finanziamenti o interventi normativi. I cambiamenti culturali e organizzativi richiedono continuità, capacità di accompagnamento e una presenza costante di operatori in grado di mantenere vive le reti e di sostenerne l’evoluzione nel tempo.
A questa difficoltà si aggiungono criticità strutturali che interessano molti territori interni, caratterizzati dalla progressiva riduzione delle competenze disponibili e dallo spopolamento delle giovani generazioni. Proprio per questo motivo, la costruzione di reti territoriali richiede strategie di lungo periodo, capaci di rafforzare il capitale umano, consolidare le relazioni tra gli attori locali e accompagnare quei processi di ricostruzione dell’identità territoriale che costituiscono una delle principali funzioni dei musei del territorio.
L.M. Le riflessioni dedicate al ruolo sociale dei musei trovano un’ulteriore prospettiva nei contesti attraversati da gravi crisi sociali, dove le istituzioni culturali sono chiamate a confrontarsi con sfide che investono non soltanto la tutela del patrimonio, ma anche la ricostruzione delle relazioni, delle identità e della coesione delle comunità.
Responsabile della trasformazione digitale e dei progetti finanziati presso il Museo Nazionale di Belle Arti di Odessa (Ucraina)

Tra i contributi internazionali, particolare rilievo ha assunto l’intervento di Oleksii Voronko, che ha offerto una riflessione sul ruolo dei musei in un contesto segnato dalla guerra e dalla profonda trasformazione che sta attraversando la società ucraina. Più che soffermarsi sugli aspetti legati alla salvaguardia materiale del patrimonio, il suo intervento ha posto al centro il rapporto tra museo, comunità e identità culturale, mostrando come le istituzioni museali siano chiamate ad assumere nuove responsabilità proprio nei momenti di maggiore crisi.
In questo scenario il museo amplia le proprie funzioni tradizionali. Alla conservazione delle collezioni si affiancano la documentazione degli eventi contemporanei, la raccolta delle testimonianze, la costruzione di nuove narrazioni condivise e il sostegno alle comunità chiamate a confrontarsi con una profonda ridefinizione della propria memoria collettiva. Il museo diventa così uno spazio di coesione civile, nel quale la comunità può riconoscersi, rileggere criticamente il proprio passato e costruire nuovi riferimenti per il futuro.
In questa prospettiva si colloca anche il tema della decolonizzazione, presentato come uno dei processi più significativi che stanno attraversando oggi la museologia ucraina. Diversamente da quanto avvenuto in molti Paesi dell’Europa occidentale, dove la decolonizzazione riguarda prevalentemente la rilettura del passato coloniale e delle collezioni museali, nel contesto ucraino essa coincide con un processo di riappropriazione della propria identità culturale. I musei sono chiamati a riesaminare criticamente narrazioni, linguaggi e modelli interpretativi ereditati dal passato, contribuendo alla costruzione di una memoria collettiva capace di rappresentare il punto di vista della comunità che quel patrimonio continua a vivere.
L’intervento ha inoltre richiamato l’importanza della cooperazione tra istituzioni culturali, evidenziando come, nonostante le difficoltà imposte dal conflitto, i musei ucraini abbiano rafforzato le proprie reti di collaborazione per garantire la tutela del patrimonio, la condivisione delle competenze e il sostegno reciproco. La crisi, in questo senso, ha accelerato processi di integrazione tra musei e comunità che oggi rappresentano uno degli elementi più significativi dell’esperienza ucraina.
Gianfranco Valleriani – Viene osservato come l’esperienza ucraina consenta di leggere da una prospettiva particolarmente significativa alcuni dei temi emersi nel corso della ricerca. Se il progetto dedicato ai sistemi museali del Lazio evidenzia una progressiva evoluzione del museo verso funzioni sempre più orientate alla relazione con il territorio, alla partecipazione delle comunità e alla costruzione di reti di cooperazione, il caso ucraino mostra come queste stesse funzioni diventino essenziali quando una comunità attraversa una condizione di crisi profonda.
In tale prospettiva il museo non rappresenta soltanto un luogo di conservazione del patrimonio, ma un’infrastruttura culturale attraverso la quale le comunità possono ricostruire legami, condividere memorie, rielaborare la propria identità e affrontare collettivamente i processi di trasformazione che investono il territorio. Pur nella profonda diversità dei contesti, emerge così una medesima traiettoria evolutiva: il rafforzamento del rapporto tra museo, comunità e territorio come elemento fondamentale della sostenibilità culturale.
Luca Dal Pozzolo – In una prospettiva più ampia, viene sottolineato come il tema della decolonizzazione rappresenti una delle questioni destinate ad assumere crescente rilevanza nel dibattito museologico europeo.
L’esperienza ucraina mostra infatti come la decolonizzazione non riguardi esclusivamente la rilettura delle collezioni o delle eredità coloniali, ma investa il rapporto stesso tra patrimonio, memoria e costruzione dell’identità culturale. Essa pone interrogativi che interessano ormai l’intera museologia contemporanea: chi costruisce le narrazioni del patrimonio, da quale punto di vista vengono raccontate, quali comunità vi si riconoscono e quale ruolo i musei sono chiamati ad assumere nella continua reinterpretazione della memoria collettiva.
Il contributo di Voronko non è la testimonianza di una specifica esperienza nazionale, ma apre una possibile traiettoria di ricerca destinata a svilupparsi anche nel contesto europeo. La riflessione sulla decolonizzazione invita infatti a ripensare criticamente il ruolo dei musei non solo come luoghi della conservazione, ma come istituzioni chiamate a partecipare attivamente alla costruzione delle identità culturali, delle narrazioni condivise e delle relazioni tra patrimonio e comunità.
L’incontro pubblico ideato e curato da Lorenza Merzagora ha rappresentato un momento decisivo nel percorso della ricerca Le reti del territorio. Governance e sostenibilità dei sistemi museali del Lazio. Muovendo dai risultati dell’analisi desk e dell’indagine CAWI, il confronto con studiosi, rappresentanti delle istituzioni e professionisti della cultura ha consentito di rileggere le evidenze emerse attraverso esperienze, sensibilità e prospettive differenti, arricchendone il significato e ampliandone l’orizzonte interpretativo.
La riflessione sviluppata nel corso dell’incontro conferma anzitutto la profonda trasformazione del ruolo del museo. Alla tradizionale funzione di conservazione del patrimonio si affianca oggi una responsabilità sempre più ampia nei confronti delle comunità e dei territori. Il museo tende a configurarsi come presidio culturale, luogo di partecipazione, spazio di benessere e infrastruttura relazionale, capace di contribuire ai processi di sviluppo locale e alla qualità della vita delle comunità.
In questa prospettiva assume particolare rilievo il tema delle reti. La ricerca ne aveva già evidenziato l’importanza come strumento di cooperazione culturale; il confronto ha mostrato con ancora maggiore chiarezza come il loro valore risieda nella capacità di mettere in relazione musei, istituzioni, comunità, operatori economici e soggetti sociali. Più che una forma organizzativa, la rete si configura come un processo fondato sulla fiducia, sulla continuità delle relazioni e sulla costruzione di partenariati stabili.
Questa evoluzione richiama anche la necessità di nuove competenze. Accanto alle professionalità tradizionali acquistano crescente importanza figure capaci di progettare, facilitare processi collaborativi, costruire alleanze e sviluppare forme di governance aperte e interdisciplinari. La sostenibilità dei sistemi museali dipende sempre meno esclusivamente dalle risorse economiche e sempre più dalla qualità del capitale umano e dalla capacità di attivare relazioni durature tra i diversi attori del territorio.
Il confronto ha inoltre ribadito come il patrimonio culturale trovi il proprio significato nel rapporto con le persone che lo riconoscono, lo interpretano e lo trasmettono. Allo stesso tempo, i territori producono valore quando riescono a mettere in relazione patrimonio, identità, paesaggio, produzioni locali e partecipazione. La sostenibilità culturale appare quindi sempre più legata alla capacità di costruire appartenenza, corresponsabilità e coesione sociale.
Nello stesso quadro si colloca il tema della valutazione dell’impatto. La crescita delle reti e dei sistemi di cooperazione non può essere misurata soltanto attraverso indicatori quantitativi o amministrativi, ma richiede strumenti capaci di documentarne gli effetti sul benessere delle comunità, sulla qualità della partecipazione, sulla costruzione di capitale sociale e sullo sviluppo dei territori.
L’elemento di maggiore interesse emerso dal confronto riguarda tuttavia il progressivo ampliamento del quadro interpretativo delineato dalla ricerca. Pur prendendo avvio dall’analisi della governance e della sostenibilità dei sistemi museali del Lazio, la discussione ha progressivamente spostato l’attenzione verso una dimensione più ampia, nella quale i musei vengono letti come componenti di ecosistemi territoriali complessi.
Il quadro normativo, le differenti vocazioni dei territori, il ruolo dei piccoli musei, il welfare culturale, le comunità di eredità, i processi di costruzione dell’identità territoriale e l’evoluzione delle reti collaborative convergono infatti in una medesima direzione. L’orizzonte che si delinea è quello dei sistemi culturali territoriali. Non si tratta semplicemente di una diversa definizione, ma di un cambiamento di prospettiva. Il museo non è più interpretato come un’istituzione che collabora con altre istituzioni, bensì come parte di un’infrastruttura culturale diffusa nella quale patrimonio, comunità, servizi culturali, welfare, turismo, formazione, economie locali e sviluppo territoriale concorrono alla produzione di valore pubblico.
In questa prospettiva assume particolare rilievo anche la testimonianza di Oleksii Voronko. L’esperienza del Museo Nazionale di Belle Arti di Odessa mostra come, nelle situazioni di crisi, il museo possa diventare il luogo nel quale una comunità ricostruisce memoria, appartenenza e identità culturale. La riflessione sulla decolonizzazione amplia ulteriormente questo orizzonte, proponendo una rilettura critica delle narrazioni attraverso cui le comunità reinterpretano il proprio patrimonio e ridefiniscono la propria identità. Pur maturata in un contesto eccezionale, questa esperienza richiama questioni destinate ad assumere un rilievo crescente anche nel dibattito museologico europeo.
Più che offrire risposte definitive, l’incontro ha contribuito ad ampliare le domande aperte dalla ricerca. Se l’indagine empirica ha restituito una fotografia dei sistemi museali del Lazio, il confronto ne ha evidenziato le possibili traiettorie evolutive, suggerendo una chiave di lettura che supera la sola dimensione organizzativa delle reti per collocare i musei all’interno di sistemi culturali territoriali sempre più integrati.
Questa rappresenta, a mio avviso, la principale indicazione che emerge dal percorso di ricerca. Osservare i musei come nodi di ecosistemi territoriali significa riconoscerne la capacità di produrre non soltanto valore culturale, ma anche coesione sociale, sviluppo locale, innovazione e cittadinanza. È una prospettiva che apre nuove linee di ricerca e, nello stesso tempo, offre un possibile orientamento per le future politiche culturali e per l’evoluzione dei sistemi museali italiani.
Gianfranco Valleriani
Direttore della ricerca
Roma, 17 giugno 2026