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SGUARDI DAL FUTURO 2/2

SGUARDI SUL FUTURO

 

Conversazione con Alberto Garlandini,

Presidente di ICOM Foundation, già Presidente di ICOM International

 

a cura di Gianfranco Valleriani

Alberto Garlandini è Presidente di ICOM Foundation ed è stato Presidente di ICOM International (2020–2022). Storico della museologia e tra i protagonisti dell’evoluzione delle politiche museali internazionali, ha contribuito al percorso che ha portato all’approvazione della nuova definizione di museo di ICOM nel 2022. La sua riflessione si concentra sul rapporto tra patrimonio, comunità, governance e ruolo sociale del museo.

Ricongiungere passato e futuro:

musei, sistemi culturali, comunità

Cinque linee per comprendere il cambiamento

Negli ultimi due decenni il dibattito internazionale sul ruolo dei musei ha conosciuto una profonda evoluzione. Partecipazione, inclusione, sostenibilità, dialogo con le comunità, accessibilità e responsabilità sociale sono progressivamente entrati al centro della riflessione museologica, modificando il modo stesso di concepire il museo.

Un ruolo determinante in questo processo è stato svolto da ICOM – International Council of Museums, la principale organizzazione mondiale dei musei e dei professionisti museali. Attraverso i suoi comitati internazionali e il confronto tra esperienze provenienti da contesti culturali diversi, ICOM ha accompagnato una delle più significative trasformazioni della museologia contemporanea.

Un passaggio decisivo è stato l’approvazione, nell’Assemblea Generale Straordinaria di Praga del 24 agosto 2022, della nuova definizione internazionale di museo. Per la prima volta vengono introdotti concetti come sostenibilità, inclusione, partecipazione delle comunità e condivisione delle conoscenze, riconoscendo il museo come istituzione al servizio della società e del suo sviluppo.

Alberto Garlandini, Presidente di ICOM International dal 2020 al 2022, ha guidato l’organizzazione negli anni che hanno portato all’approvazione della nuova definizione di museo.

L’intervista nasce nell’ambito della ricerca “Le reti del territorio. Governance e sostenibilità dei sistemi museali del Lazio” e, a partire dai risultati emersi, affronta alcuni dei principali temi del dibattito internazionale: l’evoluzione dei musei, il rapporto con le comunità, le reti culturali, le nuove competenze professionali, la governance dei sistemi complessi, le trasformazioni tecnologiche e le prospettive future delle istituzioni culturali.

PRIMA LINEA

Il museo che cambia: la continuità che conduce al futuro

Negli ultimi anni il museo sembra aver progressivamente ampliato il proprio campo d’azione. Alla conservazione e valorizzazione del patrimonio si affiancano oggi responsabilità educative, sociali, ambientali e di sviluppo territoriale.

Siamo di fronte a un’evoluzione delle funzioni tradizionali del museo oppure alla nascita di un nuovo paradigma culturale?

Trovo la domanda interessante e la mia risposta è che accadono entrambe le cose. Vediamo però un po’ meglio nel dettaglio.

Direi che ormai la visione dei musei come luoghi semplicemente di conservazione e promozione del patrimonio è palesemente superata, ha fatto il suo tempo. Certamente ci sono delle funzioni che io chiamo classiche, perché sono appunto in continuità nella storia, avendo i musei come minimo due secoli di anzianità: la conservazione, l’esposizione, l’educazione, la comunicazione e, in generale, la promozione delle collezioni, che rimangono un asset fondamentale. Tant’è che anche la nuova definizione di museo di ICOM del 2022 le riprende *).

Però naturalmente queste funzioni hanno assunto caratteristiche nuove, molto più ampie, ma soprattutto si è ampliato quello che viene normalmente definito il “ruolo sociale” del museo.

A proposito del ruolo sociale del museo prendo subito la tua affermazione sul fatto che ci sia stata una sorta di rivoluzione. Anche in questo caso possiamo rintracciare segni di continuità, ma sicuramente il concetto si è molto ampliato, includendo aspetti nuovi quali inclusione, partecipazione, eccetera.

D’altra parte, la riflessione su come il museo si colloca nella società, che ruolo ha, che cosa dà alla società e che cosa riceve dalla comunità, in realtà non è assolutamente nuova per i musei.

Certo, dobbiamo andare al secondo dopoguerra, perché lì possiamo riscontrare una sorta di punto di svolta. Prima della Seconda guerra mondiale c’era qualche migliaio di musei nel mondo, tipicamente musei statali, con collezioni prevalentemente storico-artistiche, ma anche scientifiche. Oggi, secondo gli ultimi dati dell’UNESCO, ci sono più di 100.000 musei nel mondo. Quindi, dal punto di vista quantitativo, il mondo è totalmente cambiato e, di conseguenza, è cambiato anche il ruolo sociale del museo.

Però, ripeto, l’aspetto sociale del museo non è una cosa di questi ultimi dieci anni o del XXI secolo.

Noi possiamo benissimo prendere una data di riferimento, che è il 1972, anno in cui si tenne quella che è passata alla storia come la Tavola Rotonda di Santiago del Cile. Un convegno convocato dall’UNESCO e da ICOM proprio per discutere di che cosa sostanzialmente fosse cambiato sotto l’influenza e l’impatto dei grandi cambiamenti culturali, sociali e politici che erano avvenuti. Era un periodo molto intenso, per certi aspetti traumatico e violento per il Sud America, e ci si interrogava su come il museo potesse diventare sempre più parte della società. E proprio da lì venne fuori questa idea, allora chiamata “museo integrale” – definizione che poi è stata un po’ abbandonata – ma sostanzialmente l’idea era quella di un museo non chiuso in sé, ma profondamente integrato nelle comunità, parte della loro vita e capace di contribuire al loro sviluppo. **) Ecco, è da lì che è partito il dibattito sul ruolo sociale del museo, che ha assunto poco alla volta dimensioni sempre più importanti.

Mi sono richiamato a questa esperienza storica per dire che il ruolo sociale del museo non è un tema nuovo. Naturalmente, dagli anni Settanta a oggi il mondo è profondamente cambiato e tutto evolve con un’intensità sempre maggiore, anche per effetto delle nuove tecnologie. Se poi ci guardiamo intorno, tra conflitti e disastri ambientali, questa accelerazione appare ancora più evidente. Per questo ritengo sia sempre molto importante comprendere da dove sono nati questi processi di cambiamento, perché, pur trasformandosi profondamente, i musei continuano a svolgere quelle funzioni fondamentali che ne definiscono l’identità. È proprio a partire da questa continuità che oggi il museo è diventato sempre più uno spazio di partecipazione e un luogo di confronto, profondamente inserito nel proprio tempo.

Per più di un secolo i musei sono stati sostanzialmente dei luoghi abbastanza chiusi, gestiti da un’élite culturale e aperti a un’élite culturale. Solitamente chi andava al museo incontrava il direttore, che conosceva le persone che entravano nel museo e c’era, diciamo così, una concezione un po’ elitaria. Dopo la Seconda guerra mondiale, con i grandi cambiamenti degli anni Sessanta e il percorso avviato dalla Tavola Rotonda di Santiago, il museo ha conosciuto una trasformazione epocale. Io lo vedo sempre come una continuità, perché la museologia non può essere reinventata a piacimento pensando di aver trovato la definizione, la concezione che annulla tutto e butta nel dimenticatoio quello che è stato fatto prima.

Lo studio della museologia ci fa trovare i collegamenti di una continuità, ma anche di punti di cambiamento profondissimi che trovano linee di connessione con fatti già accaduti.

Oggi il ruolo del museo è inserito pienamente nel dibattito della vita contemporanea, attraversata da grandi sfide geopolitiche, ecologiche, legate al cambiamento climatico, ma anche ai conflitti. Eppure, anche di fronte a fenomeni nuovi, continuo a vedere elementi di continuità. Voglio solo dire che la definizione di museo approvata nel 2022 ha mantenuto la struttura tradizionale, che peraltro riprendeva quella maturata a partire dalla Tavola Rotonda del 1972; ha però aggiunto parole chiave come accessibilità, sostenibilità e scambio di conoscenze. Insomma, ha arricchito profondamente il ruolo del museo.

Capisco perfettamente quello che dici. Forse oggi abbiamo anche la percezione di un cambiamento più radicale perché viviamo un’accelerazione molto più intensa dei processi di trasformazione. Penso soprattutto alle tecnologie: un tempo i cambiamenti richiedevano decenni, oggi si susseguono nel giro di pochi anni. Forse è anche questa velocità che ci fa percepire il cambiamento come più radicale rispetto al passato.

Esatto, sono perfettamente d’accordo con te.

SECONDA LINEA

Dai musei alle reti, dalle reti ai sistemi culturali

Vorrei spostare il ragionamento su un altro aspetto emerso anche durante il webinar di presentazione della ricerca. La legge regionale del Lazio del 2019 rafforza i sistemi museali, ma allo stesso tempo amplia la prospettiva all’intero sistema culturale territoriale, coinvolgendo anche archivi, biblioteche e altri istituti culturali.

Che cosa pensi di questo passaggio dalle reti museali a un sistema culturale più ampio?

Il concetto su cui si basa la legge regionale del Lazio ha una sua validità. Oggi il mondo della cultura si trova di fronte a grandi sfide, che sono ormai sfide globali.

E parlando del futuro dobbiamo inevitabilmente parlare della rivoluzione tecnologica, dell’intelligenza artificiale e di tutto ciò che ne consegue.

Quando intervengo in pubblico concludo spesso con un appello: di fronte a sfide globali serve una cooperazione globale, cioè la capacità di affrontarle con una logica di cooperazione tra sistemi.

La conservazione del passato e della memoria devono diventare uno strumento di costruzione del futuro, di partecipazione civica e di valorizzazione della vita delle comunità.

Quando chiediamo alle comunità di aprirsi al mondo, questo deve innanzitutto significare essere consapevoli della propria memoria e della propria storia, sia lontana sia vicina. I cambiamenti che si sono creati e che continuano a prodursi, con le grandi migrazioni e tutto ciò che ne deriva, ci pongono continuamente di fronte a nuove sfide. Ma senza conoscere da dove veniamo e dove stiamo andando non possiamo comprenderle davvero. Il museo, insieme agli altri istituti culturali e, più in generale, la cultura, devono servire a creare questa consapevolezza.

Il bagaglio del passato deve esserci consegnato perché possiamo riflettere e, possibilmente, evitare di ripetere gli stessi errori.

Dobbiamo anche accettare che l’umanità continua spesso a ripetere gli stessi errori. Ma quello che noi professionisti della cultura, come persone che vogliono contribuire alla trasformazione positiva della società, dobbiamo fare è saperci aprire al mondo. Questo è il punto.

Il museo, come ogni istituzione culturale, deve essere profondamente radicato nella comunità, perché ne è espressione, ne fa parte, la serve e da essa trae continuamente nuova linfa.

I musei traggono certamente beneficio dalle proprie collezioni, ma anche dalle relazioni che costruiscono con le comunità. Un museo profondamente integrato nel proprio territorio deve saper aiutare la comunità ad aprirsi al mondo.

Quando si parla di sistema dobbiamo essere consapevoli che da soli non si va da nessuna parte. Bisogna fare sinergia, lavorare insieme e confrontarsi con il mondo. È questo il ruolo del sistema culturale di cui tu parlavi e che io vedo nella capacità di collocare la propria azione nelle comunità, aiutandole ad affrontare le sfide globali.

Nella nuova definizione di museo è stata introdotta una keyword, quella del “knowledge exchange. Non è un dettaglio, perché afferma il principio dell’accettazione della diversità e della costruzione di ponti tra culture differenti.

Lo scambio della conoscenza permette il confronto e la possibilità di comprendere l’altro. È uno degli antidoti all’incomprensione e anche al conflitto.

Questo è il punto. In questo senso parlare di sistema, come ne parlavi tu e come mi pare faccia anche la legge, è fondamentale. Le leggi regionali nascono proprio per accompagnare o prendere atto dei cambiamenti di un territorio.

Però, in generale, parlare di sistema è fondamentale perché senza questa capacità di aprirsi non si va da nessuna parte. Anche il concetto di “museo da solo” non è del tutto nuovo. Mi ricordo che all’inizio del 2010, quando ero presidente di ICOM Italia, fondammo MAB – Musei, Archivi e Biblioteche, che tuttora esiste. ***)

MAB, che riunisce musei, archivi e biblioteche e continua ancora oggi a organizzare incontri e convegni, rappresenta sostanzialmente una collaborazione stabile, una forte integrazione tra queste istituzioni per affrontare in maniera trasversale e interdisciplinare le sfide del presente.

Sull’aspetto della interdisciplinarità dovremmo soffermarci un momento. Se parliamo del futuro del museo dobbiamo renderci conto che il museo è nato come un’istituzione profondamente disciplinare. Ogni museo lavorava sulle proprie collezioni, sviluppava la propria ricerca e approfondiva temi strettamente legati al proprio patrimonio.

La vera rivoluzione è stata trasformarsi da istituzioni disciplinari a istituzioni interdisciplinari, nelle quali convivono, dal più piccolo al più grande museo, competenze diverse, discipline diverse, approcci diversi e professionisti capaci di lavorare insieme.

Questo vale anche per i piccoli musei, dove spesso una sola persona è chiamata a fare tutto. Chiediamo davvero ai direttori di sollevare il mondo da soli. Eppure, devono essere capaci di confrontarsi con sfide diverse, con approcci differenti e con professionisti provenienti da ambiti molto diversi. Devono anche evitare di essere travolti dai tecnocrati e dai tecnologi, che sono importantissimi, ma di questo parleremo dopo.

Quando mi parlavi dell’organizzazione, in fondo, stavamo già entrando proprio nel tema delle competenze.

 

Mi colpisce molto questo suo continuo richiamo alla storia. Ci ricorda che molti dei temi che oggi consideriamo nuovi hanno in realtà radici lontane. Spesso, però, quelle intuizioni sono rimaste esperienze d’avanguardia e di sperimentazione, senza diventare patrimonio diffuso delle istituzioni culturali. È anche nella storia che dobbiamo andare a recuperarle.

TERZA LINEA

Il governo dei sistemi complessi: vecchie competenze, nuove professionalità

Uno dei risultati più evidenti della ricerca riguarda la distanza tra la qualità delle relazioni costruite e la fragilità delle strutture organizzative che le sostengono. C’è una forte dimensione collaborativa, progettuale, formativa e comunicativa, ma queste funzioni non trovano ancora una loro dimensione strutturata. Le reti diventano sempre più complesse da gestire e si cerca ancora di capire come governare questa complessità.

Secondo te, quali modelli di governance, quali competenze e quali figure professionali saranno indispensabili per accompagnare questa trasformazione?

Quello che mi fa soffrire, anche tra noi che ci occupiamo di cultura, è quanto poco si conosca la storia della cultura. Ci sono persone che hanno una competenza eccezionale e conoscono perfettamente la storia; purtroppo, ce ne sono tante altre che non conoscono il passato delle istituzioni culturali e non capiscono che dimenticarlo è un grave errore, perché significa perdere quel filo della continuità. Una continuità di pensiero e di azione che rappresenta un grande aiuto e ci permette di affrontare il presente con maggiore consapevolezza, come se fossimo nani sulle spalle di giganti, per usare una famosa metafora.

Non solo nella museologia, ma anche negli altri settori culturali, troviamo persone di grande lungimiranza che, pur avendo vissuto in altri tempi, ci hanno lasciato insegnamenti che spetta a noi rielaborare e riaffermare per affrontare le sfide di oggi.

Queste trasformazioni comportano certamente un aggiornamento delle competenze esistenti, ma introducono anche competenze completamente nuove nei sistemi museali e culturali. Chiamiamoli ormai come vogliamo, sistemi museali, sistemi culturali o reti, ma il tema resta sempre quello delle competenze e della direzione nella quale dobbiamo investire.

Nuove competenze, certamente. Su questo non c’è alcun dubbio.

Sono necessarie nuove competenze che, attenzione, non eliminano le precedenti, ma si aggiungono ad esse.

Tant’è che io ti dicevo che il museo oggi, come le altre istituzioni culturali, è diventato molto più complesso di quanto fosse in passato e, per questa sua complessità, è anche carente di competenze. Va ribadito che chi dirige un’istituzione culturale oggi non può possedere tutte le competenze necessarie per gestirla. Deve invece avere la capacità di creare organizzazioni nelle quali competenze profondamente diverse riescano a convivere, lavorare e produrre insieme.

Una volta, quando si parlava di museo, si parlava del direttore, del curatore, dei custodi e di poche altre figure. Oggi tutte le professionalità che escono dalle università italiane e straniere trovano una loro necessaria interazione con il museo. Si tratta quindi di costruire organizzazioni capaci di far lavorare insieme queste nuove competenze e questi nuovi professionisti, che portano approcci diversi e nuova linfa, inserendoli in quel processo complesso che è gestire e valorizzare il museo come istituzione culturale al servizio della comunità.

È proprio l’interazione con la comunità, la capacità di parlare a nuovi gruppi sociali e a nuove comunità all’interno delle nostre comunità, che richiede competenze nuove.

Dunque, nuove competenze? Assolutamente sì. Competenze che una volta non si immaginava nemmeno potessero interessare il museo e che invece oggi sono indispensabili se il museo vuole svolgere quel ruolo nella società contemporanea che tutti auspichiamo.

Pensiamo soltanto al cambiamento climatico e alle competenze che mette in gioco. Anche questa è una sfida che riguarda pienamente il museo. Non solo perché deve diventare sostenibile, quindi imparare a gestire in modo intelligente l’energia, evitare gli sprechi, sviluppare la cultura del riciclo e del riuso, ma anche perché deve essere capace di parlare alle comunità, che hanno bisogno del suo contributo.

C’è un’altra cosa che il museo ha saputo conservare ed è la sua credibilità.

Il punto di vista di un direttore di museo viene preso in considerazione, magari non sempre condiviso, ma il fatto stesso che provenga da un museo gli conferisce una particolare autorevolezza. Attenzione però: la credibilità si costruisce in secoli, ma può essere distrutta in un giorno o in pochi mesi, se si fanno scelte sbagliate, per esempio trasformando il museo in un luogo di politica nel senso più ristretto del termine. Il museo deve essere capace di mantenere la propria autonomia e di mettersi al servizio della comunità.

Non vorrei essere frainteso. Sono convinto che il museo debba saper dialogare con la politica, perché la politica prende le decisioni, rappresenta la società e amministra anche il patrimonio culturale. Dico soltanto che il museo possiede una credibilità che va custodita come il suo bene più prezioso, forse ancora più delle collezioni. Le collezioni rimangono; se invece perdi la credibilità, rischi di perdere anche il sostegno della società.

QUARTA LINEA

Verso il 2040: tra tecnologia e comunità partecipata

Vorrei chiudere questa nostra conversazione con una riflessione sul futuro. Abbiamo parlato di processi già in corso, ma se provassimo a spingerci un po’ più avanti, come immagini il sistema museale italiano tra quindici anni?

Io lo immagino profondamente trasformato dalle tecnologie, dall’intelligenza artificiale e da tutto ciò che ne conseguirà. Tu parli di quindici anni e, in realtà, nella storia del museo quindici anni non sono poi tantissimi.

Lo vedo sempre più come un’istituzione capace di parlare alla comunità. Non soltanto di aprire le porte alla comunità, non soltanto di ascoltarla, ma proprio di farla entrare, in qualche misura, nella gestione stessa del museo.

È difficile, naturalmente. Però credo che la comunità, attraverso i suoi organismi e i suoi rappresentanti, chiederà sempre più di poter dire la sua nella gestione del museo.

Vedo quindi un museo certamente più aperto alle comunità, più capace di conservare e valorizzare le proprie collezioni e di utilizzare tutti gli straordinari strumenti che le nuove tecnologie e il mondo digitale mettono oggi a disposizione, in particolare l’intelligenza artificiale. E questa è una rivoluzione. Non una rivoluzione soltanto per i musei, ma per l’intera società.

D’altra parte, pensiamo soltanto al fatto che la prima enciclica del nuovo Papa è dedicata proprio all’intelligenza artificiale. La Chiesa, che possiede una straordinaria memoria storica, ha scelto di dedicare a questo tema parole molto interessanti. È un segnale che ci dice quanto l’intelligenza artificiale stia trasformando il mondo.

Parlando del futuro del museo dobbiamo anche confrontarci con le paure che questi cambiamenti suscitano, nei musei come nella società.

Gestire il cambiamento è sempre la cosa più difficile, perché cambiare è faticoso. Lo è per le persone, per i gruppi sociali e per le istituzioni.

Io, però, guardando al futuro, non ho paura delle tecnologie. Non penso che l’intelligenza artificiale possa eliminare, sostituire o mettere in discussione le professionalità culturali e quelle dei musei. Penso invece che richiederà un profondo cambiamento di queste professionalità.

Le agenzie formative e le associazioni professionali hanno quindi una grandissima responsabilità. Si possono utilizzare le tecnologie in molti modi: si può ricostruire una narrazione, far parlare il fondatore di un museo vissuto duecento anni fa, utilizzare nuove forme di racconto. Ma tutto questo si basa sulla capacità di gestire milioni di dati in pochissimi secondi.

E chi può fornire questi dati? Noi, i professionisti dei musei. Ed è qui che nasce una responsabilità enorme.

Se guardi la nuova definizione di museo — ci torno spesso perché è stata approvata quando ero presidente di ICOM e ho contribuito a quel percorso — la ricerca, che è sempre stata una funzione storica del museo, viene collocata al primo posto. Non perché sia più importante delle altre, ma perché oggi nessuna delle funzioni tradizionali del museo può essere svolta senza ricerca. E ricerca significa, prima di tutto, valorizzare la conoscenza delle proprie collezioni, delle proprie comunità e delle proprie storie. ****)

Il museo del futuro dovrà quindi essere composto da persone capaci di mettere a disposizione delle tecnologie dati qualificati, dati strutturati, frutto di anni di ricerca. Le mostre improvvisate in tre o quattro giorni non producono valore aggiunto. Le grandi mostre sono quasi sempre il risultato di anni di ricerca, di riflessione storica e di lavoro negli archivi.

Da una parte il museo dovrà quindi saper produrre cultura e utilizzare le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale; dall’altra dovrà essere capace di gestire queste nuove competenze mettendo a disposizione dati affidabili, documentati e di qualità. Ma nello stesso tempo, credo che il ruolo sociale del museo si rafforzerà ulteriormente.

Le comunità cambiano con grandissima rapidità e il museo dovrà non soltanto saper parlare con esse, ma acquisire nuovi linguaggi, nuove capacità di relazione e costruire ponti.

Viviamo in un mondo attraversato da conflitti. Le statistiche parlano di oltre centocinquanta conflitti armati. Guerre che generano incomprensioni, distruzione del patrimonio e sofferenze enormi. Anche in questo caso il museo dovrà non solo proteggere il patrimonio, ma contribuire a costruire ponti di comunicazione. La pace e la ricostruzione delle relazioni non si costruiscono soltanto quando la guerra è finita; bisogna gettarne i semi prima e durante i conflitti.

Se si interrompono completamente i rapporti, diventa poi molto più difficile ricostruirli. Faccio sempre un esempio. Durante la guerra civile siriana, nel pieno del conflitto tra il governo centrale, le forze rivoluzionarie e l’ISIS, il direttore generale del patrimonio del governo di Assad riuscì a mantenere contatti con i responsabili delle forze rivoluzionarie. Avevano trovato un accordo per preservare il patrimonio culturale ed evitare che venisse distrutto.

Guardando al museo del futuro, vedo quindi un’istituzione capace di essere un punto di riferimento, un luogo che non si schiera, ma che sa dare la parola a tutti, favorire il confronto e contribuire a costruire le basi di un futuro migliore.

Competenze nuove, ma anche una crescente apertura sociale.

Un ruolo sociale sempre più forte.

QUINTA LINEA

L’amore per la cultura: un’eredità per il futuro

Se dovesse lasciare un’indicazione a chi nei prossimi anni guiderà questa trasformazione – decisori pubblici, direttori dei musei e professionisti della cultura – quale eredità del passato dovremmo custodire per costruire il futuro?

 

L’amore per la cultura e per il proprio patrimonio culturale.

Bisogna prima di tutto amare le proprie radici, amare la propria storia, amare le proprie comunità. Comunità intese come luoghi nei quali si costruiscono e si trasmettono conoscenze, ma anche come luoghi nei quali si trasmette l’amore per la vita.

Ecco, questa idea che senza la cultura — e cultura vuol dire conoscenza, ma vuol dire anche amore — non si riesca a costruire una società migliore può sembrare un po’ ecumenica, ma credo sia una cosa molto importante.

È un messaggio che dobbiamo trasmettere. Possiamo costruire i musei più belli del mondo, capaci di attirare milioni di turisti, ma se non riescono a diventare luoghi di crescita per le loro comunità perdono una parte fondamentale della loro funzione.

Quello che piace ai cittadini piace quasi sempre anche ai turisti, perché il turista non cerca ciò che vede a casa propria o in un’altra città, ma ciò che rende unico quel luogo.

È la capacità di rappresentare qualcosa di importante per i propri cittadini. Di aiutarli a essere protagonisti di un mondo che cambia con straordinaria rapidità e, a volte, anche in direzioni che non ci piacciono.

Le immagini che accompagnano il testo sono state realizzate presso alcuni musei di Oslo — tra cui il MUNCH, il Museo Nazionale e il Kon-Tiki Museum — e sono proposte come percorso visivo in dialogo con i temi della conversazione.

Documenti di riferimento

Principali testi e iniziative internazionali richiamati nel corso della conversazione.

 

*) Definizione ufficiale approvata dall’Assemblea Generale Straordinaria di ICOM, riunita a Praga il 24 agosto 2022, nella traduzione italiana adottata da ICOM Italia.

«Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale, materiale e immateriale.
Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità.
Operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze.»

 

**) La Mesa Redonda de Santiago del Cile (UNESCO–ICOM, 20–31 maggio 1972) è considerata uno dei momenti fondativi della museologia contemporanea. Il documento conclusivo introduce il concetto di «museo integrale», definito come istituzione al servizio della società e dello sviluppo delle comunità, anticipando molti dei principi che caratterizzeranno la Nuova Museologia e, cinquant’anni dopo, la definizione di museo approvata da ICOM nel 2022.

 

***) MAB – Musei, Archivi e Biblioteche è il coordinamento nazionale promosso nel 2011 da ICOM Italia, AIB (Associazione Italiana Biblioteche) e ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana) per favorire la collaborazione tra musei, archivi e biblioteche e promuovere un approccio integrato alla tutela, alla valorizzazione e alla fruizione del patrimonio culturale.

 

****) Nella definizione di museo approvata da ICOM nel 2022, la ricerca compare per la prima volta come prima funzione dell’istituzione («…compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone…»), a sottolinearne il ruolo fondativo rispetto a tutte le altre attività del museo.