Conversazioni con Merete Lie, Direttrice della Biblioteca Deichman Bjørvika, Oslo.
a cura di Gianfranco Valleriani
Nel 2020 Oslo ha inaugurato la nuova sede centrale della Deichman Bjørvika, la biblioteca principale della capitale norvegese. Più che un’opera architettonica di grande qualità, Deichman rappresenta uno dei più significativi progetti di infrastruttura culturale realizzati in Europa negli ultimi anni. Situata tra la Stazione Centrale di Oslo, l’Opera House e il MUNCH Museum, occupa una posizione strategica nel nuovo waterfront della città, contribuendo alla nascita di un nuovo distretto civico e culturale.
Progettato secondo ambiziosi criteri di sostenibilità ambientale nell’ambito del programma FutureBuilt, l’edificio coniuga innovazione architettonica, accessibilità e sostenibilità. La sua particolare configurazione preserva la relazione visiva tra la città, l’Opera House e il fiordo di Oslo, mentre la sua collocazione consente a milioni di persone di raggiungerlo facilmente ogni anno con i mezzi pubblici.
Ma l’importanza della Deichman va ben oltre la sua architettura.
Oggi il sistema Deichman comprende ventiquattro biblioteche pubbliche distribuite sull’intero territorio cittadino. Insieme costituiscono una rete di spazi civici nei quali la lettura convive con l’apprendimento, la creatività, l’innovazione digitale, il dibattito pubblico e la vita quotidiana della comunità. Pur rimanendo fedele alla propria storica missione di garantire un accesso libero e gratuito alla conoscenza, la biblioteca ha progressivamente ridefinito il proprio ruolo, diventando un luogo dove le persone non si recano soltanto per prendere in prestito libri, ma anche per incontrarsi, studiare, lavorare, creare, imparare, partecipare e, semplicemente, trascorrere del tempo.
Questa trasformazione diventa evidente fin dal momento in cui si entra nell’edificio.
Prima di incontrare Merete Lie, ho trascorso alcune ore semplicemente osservando il modo in cui le persone vivevano la biblioteca. Più dell’architettura stessa, ciò che mi ha colpito è stata la straordinaria varietà di attività che si svolgevano contemporaneamente, convivendo con sorprendente naturalezza.
Bambini che leggevano, giocavano e scoprivano i libri insieme ai genitori. Studenti impegnati nello studio individuale o nel lavoro di gruppo. Persone che leggevano tranquillamente il giornale, mentre altre incontravano amici, assistevano a presentazioni pubbliche, partecipavano a laboratori o semplicemente si godevano il piacere di sostare in uno spazio pubblico accogliente, senza alcun obbligo di consumare.
In altri ambienti c’erano persone che registravano podcast, producevano musica, sperimentavano linguaggi digitali o utilizzavano spazi di produzione creativa messi liberamente a disposizione del pubblico. Un auditorium aperto ospitava incontri, dibattiti, presentazioni di libri ed eventi culturali, trasformando la biblioteca in un vero spazio civico, ben oltre la tradizionale funzione di consultazione e lettura.
Ogni ambiente sembrava rispondere a un diverso bisogno umano: imparare, creare, incontrarsi, riflettere, lavorare, rilassarsi o semplicemente stare. L’edificio non è organizzato intorno alle collezioni o ai dipartimenti, ma intorno all’esperienza delle persone. Architettura, servizi, tecnologie, vita della comunità e programmazione culturale fanno parte di un’unica visione integrata.
Forse il luogo più simbolico dell’intero edificio è la Silent Room, al quinto piano.
Interamente realizzata in legno e affacciata sul fiordo di Oslo, è uno spazio di straordinaria essenzialità. Le persone vi entrano in silenzio, si fermano, leggono, contemplano il paesaggio o semplicemente fanno esperienza del silenzio. A un primo sguardo potrebbe sembrare una sala dedicata alla meditazione. In realtà rappresenta qualcosa di molto più profondo.
La Silent Room ospita il Future Library Project, ideato dall’artista scozzese Katie Paterson. Nel 2014, in una foresta alle porte di Oslo, sono stati piantati mille alberi. Ogni anno uno scrittore di fama internazionale dona un manoscritto inedito che rimarrà sigillato e non sarà letto per cento anni. Solo nel 2114 quegli alberi saranno abbattuti per produrre la carta sulla quale verranno finalmente stampati e pubblicati tutti i cento manoscritti.
Questo straordinario progetto trasforma la biblioteca in qualcosa di unico: non solo un luogo che custodisce la conoscenza del passato e la rende accessibile nel presente, ma anche un’istituzione che sceglie consapevolmente di conservare conoscenza per generazioni che non sono ancora nate. Introduce così una dimensione temporale raramente associata alle istituzioni culturali, invitando a guardare oltre il presente e a riflettere sul significato della responsabilità, della memoria e del futuro.
Vista da questa prospettiva, la Deichman è molto più di una biblioteca pubblica d’eccellenza. È diventata un punto di riferimento internazionale per quanti stanno ripensando il ruolo delle istituzioni culturali nella società contemporanea, non attraverso teorie astratte, ma attraverso la progettazione attenta di spazi, servizi ed esperienze capaci di dare forma alla vita quotidiana delle persone.
La conversazione che segue con Merete Lie, Direttrice della Deichman Bjørvika, non va quindi letta semplicemente come un’intervista dedicata a una biblioteca. È piuttosto l’occasione per comprendere come un’istituzione culturale possa tradurre la propria missione pubblica in architettura, organizzazione, competenze professionali e pratiche quotidiane, capaci di rispondere alle profonde trasformazioni sociali, culturali e ambientali del nostro tempo.
Durante la mia visita alla Deichman Bjørvika di Oslo sono rimasto colpito dal modo in cui questa biblioteca riesce a coniugare qualità architettonica, apertura e funzione civica. Più che un luogo dedicato ai libri, mi è apparsa come un’infrastruttura sociale dove le persone possono imparare, incontrarsi, creare e semplicemente trascorrere del tempo.
La conversazione che segue esplora le idee che hanno guidato questa trasformazione e riflette su ciò che musei e altre istituzioni culturali possono apprendere dall’esperienza della Deichman.
Cominciamo proprio dalla trasformazione. Durante la mia visita ho avuto l’impressione che la Deichman sia molto più di una biblioteca. Come è iniziato questo cambiamento? È stato principalmente una risposta ai cambiamenti della società oppure c’era una visione più ampia alla base del progetto?
Credo che nel tempo ci sia stato un cambiamento molto significativo. Avevamo già iniziato a percepirlo prima ancora della costruzione della nuova biblioteca centrale e questo cambiamento è proseguito durante tutto il processo di progettazione.
La progettazione della nuova sede ha richiesto molti anni. In quel periodo abbiamo colto l’occasione per sperimentare nuovi servizi in tutta la rete delle biblioteche Deichman. Il sistema Deichman comprende ventiquattro biblioteche distribuite in tutta la città e, mentre il nuovo edificio prendeva forma, tutte le biblioteche di quartiere sono state rinnovate.
Questo lavoro si è sviluppato intorno all’idea della biblioteca come terzo luogo, uno spazio che si colloca tra la casa e il lavoro, oppure tra la casa e la scuola. Doveva essere un luogo in cui le persone avessero piacere di entrare e desiderassero rimanere.
Questa visione è maturata già da parecchio tempo. Da una parte nasceva dal crescente bisogno delle persone di avere luoghi dove incontrarsi; dall’altra dalla constatazione che molti dei tradizionali luoghi di incontro stavano scomparendo, mentre sempre più aspetti della vita quotidiana diventavano digitali. Gli spazi fisici rimasti erano sempre più spesso luoghi commerciali, come centri commerciali, stazioni ferroviarie o altri spazi analoghi.
Per questo, negli ultimi quindici, forse vent’anni, abbiamo dedicato grande attenzione alla qualità dello spazio fisico.
Abbiamo imparato che, quando le persone entrano in uno spazio accogliente e piacevole, tendono a fermarsi più a lungo. E quando rimangono più a lungo, è più probabile che ritornino. Solo allora iniziano a scoprire e a utilizzare i diversi servizi della biblioteca.
È un processo graduale. Le persone non entrano, prendono subito un libro o partecipano immediatamente a un’attività. Prima fanno esperienza dello spazio. Poi ritornano. Solo dopo iniziano a utilizzare tutto ciò che la biblioteca mette a disposizione.
Questo è stato un cambiamento strategico perseguito in modo consapevole in tutto il sistema Deichman. Abbiamo lavorato con continuità affinché tutte le nostre biblioteche offrissero spazi accoglienti, perché l’esperienza ci ha dimostrato che questo approccio funziona davvero.
Il secondo tema riguarda le comunità.
Durante la mia visita, ciò che mi ha colpito più di ogni altra cosa è stato il forte senso di comunità che si percepisce in tutta la biblioteca. È un luogo in cui persone molto diverse tra loro sembrano sentirsi a proprio agio e accolte.
Mi chiedevo come fosse nato questo senso di comunità. Era qualcosa che avevate previsto fin dall’inizio oppure è emerso gradualmente attraverso l’esperienza?
Direi che è il risultato di entrambe le cose.
Non apriamo mai una biblioteca senza aver prima avviato un dialogo approfondito con la comunità locale. Naturalmente, la biblioteca centrale rappresentava un caso particolare, ma anche in quel caso abbiamo avuto numerosi incontri con i residenti e con le persone del quartiere per comprendere le loro aspettative e i loro bisogni.
Seguiamo lo stesso approccio in ogni parte della città. Ogni volta che progettiamo una nuova biblioteca lavoriamo a stretto contatto con la comunità del territorio per capire di cosa le persone hanno bisogno, e confrontiamo poi questi bisogni con la nostra missione e con il ruolo che vogliamo che la biblioteca svolga.
Se visitate le diverse biblioteche Deichman vi accorgerete che sono molto diverse tra loro, da est a ovest e da nord a sud. Questa diversità è il risultato diretto del dialogo che instauriamo con ciascuna comunità locale.
Allo stesso tempo, sappiamo di non poter prevedere tutto prima dell’apertura di una biblioteca. Si parte da ricerche, idee e analisi, ma la biblioteca continua a evolversi quando le persone iniziano a viverla. Emergono nuovi bisogni e noi impariamo osservando come le persone fanno realmente esperienza dello spazio.
Vorrei capire un po’ meglio come individuate aspettative e bisogni così diversi.
Invitiamo le persone a partecipare al processo. Organizziamo incontri pubblici nei quali presentiamo i nostri progetti, rispondiamo alle domande e ascoltiamo con attenzione le opinioni delle persone. Organizziamo anche laboratori partecipativi, invitando i membri della comunità a rappresentare ed esprimere i propri bisogni.
Utilizziamo metodi diversi, ma il principio è sempre lo stesso: chiediamo semplicemente alle persone.
Lavoriamo sia con piccoli gruppi sia con gruppi numerosi, perché il nostro obiettivo è capire che cosa le persone si aspettano dalla biblioteca, con chi dovremmo collaborare e chi saranno realmente gli utilizzatori di quello spazio.
Naturalmente questo processo è più semplice nelle biblioteche di quartiere. La biblioteca centrale è diversa, perché serve non soltanto la città di Oslo ma, per molti aspetti, l’intera Norvegia.
È davvero molto interessante. Vorrei farle ancora un’ultima domanda.
Secondo lei, da cosa nasce quel forte senso di appartenenza che le persone sembrano provare in questo luogo?
Credo che dipenda molto dal modo in cui accogliamo le persone e ci relazioniamo con loro. Ma dipende altrettanto dal modo in cui progettiamo l’edificio e organizziamo i suoi spazi.
Nel corso degli anni abbiamo sviluppato una conoscenza molto chiara dei diversi gruppi che frequentano la biblioteca e delle ragioni per cui vi entrano.
Bambini e famiglie hanno bisogno di spazi in cui sentirsi accolti e a proprio agio. Gli studenti hanno bisogno di luoghi dove studiare, lavorare e incontrarsi. Alcuni cercano spazi tranquilli dove leggere o semplicemente sfogliare il giornale. Altri vengono perché si sentono soli e desiderano semplicemente stare in mezzo ad altre persone.
La nostra sfida consiste nel chiederci come tutti questi bisogni possano convivere. Come possiamo creare uno spazio in cui persone molto diverse si sentano ugualmente benvenute?
Se osservate la biblioteca centrale, vedrete che ogni parte dell’edificio riflette questo modo di pensare. L’unico aspetto che forse progetteremmo diversamente riguarda l’area dedicata ai bambini. Prima dell’apertura della biblioteca, alcuni ritenevano che le famiglie non avrebbero frequentato una biblioteca situata nel centro della città, perché sarebbe stato troppo complicato o forse poco attraente. In realtà sono arrivate in gran numero.
Quell’esperienza ha confermato qualcosa di cui eravamo già convinti: fin dall’inizio bisogna riflettere attentamente su chi saranno gli utenti e su come lo spazio potrà rispondere ai loro bisogni.
Ma c’è un’altra domanda altrettanto importante: come si crea un luogo in cui le persone abbiano davvero voglia di rimanere?
Ricordo uno dei commenti che ascoltai il giorno dopo l’inaugurazione della biblioteca:
«Che bello. Si percepisce una qualità straordinaria. Questo luogo è anche per me.»
Per noi è stato un momento molto significativo.
Vogliamo creare luoghi che le persone sentano come propri, luoghi di cui abbiano voglia di prendersi cura e che desiderino proteggere. Quando nasce questo senso di appartenenza, allora la biblioteca diventa davvero parte della comunità.
Come dicevo, gruppi diversi hanno bisogni diversi. I bambini hanno esigenze differenti rispetto a quelle di un adulto che desidera semplicemente leggere il giornale. Il nostro compito è sempre lo stesso: come possiamo organizzare lo spazio affinché tutti questi bisogni possano convivere?
Il tema successivo riguarda le competenze.
Uno degli aspetti che mi ha maggiormente interessato durante la visita riguarda le persone che hanno reso possibile questa trasformazione. Quali nuove competenze e quali atteggiamenti professionali l’hanno resa possibile?
È una bella domanda.
Naturalmente abbiamo molti bibliotecari, ma soprattutto dopo l’estensione dell’orario di apertura ci siamo resi conto che, nei diversi momenti della giornata, sono necessarie competenze differenti, perché cambiano sia gli utenti sia il modo in cui utilizzano la biblioteca.
Quando si progetta una biblioteca, le persone che conoscono i nostri servizi lavorano a stretto contatto con gli architetti e gli interior designer. Credo che questo sia uno degli elementi chiave del nostro approccio: fare in modo che i bisogni dei diversi gruppi di utenti siano pienamente integrati nel processo di progettazione.
Non sono molte le persone che, all’interno di un’organizzazione bibliotecaria, riescono naturalmente a combinare questi diversi modi di pensare: persone capaci di immaginare come funzionerà uno spazio e, allo stesso tempo, di comprendere i servizi della biblioteca. Oggi probabilmente definiremmo questa competenza service design.
Durante l’intero processo di sviluppo servono persone competenti nella gestione dei progetti, che conoscano il funzionamento delle biblioteche e siano capaci di muoversi continuamente tra la riflessione strategica e la realizzazione concreta della biblioteca.
Qualche anno fa abbiamo riorganizzato la nostra struttura e creato un nuovo dipartimento dedicato allo sviluppo dei servizi.
Il suo compito è riunire persone capaci di lavorare con le comunità, individuarne i bisogni e tradurli in requisiti concreti. Abbiamo inoltre bisogno di professionisti con competenze nel service design e nel processo di progettazione stesso.
In altre parole, abbiamo bisogno di persone in grado di tradurre i servizi della biblioteca in spazi fisici, persone che comprendano sia ciò che ascoltiamo dai nostri utenti sia ciò in cui crediamo come organizzazione.
Allo stesso tempo, dobbiamo sempre mantenere l’attenzione sullo scopo fondamentale della biblioteca.
Sappiamo che offrire uno spazio sociale accogliente è essenziale, perché se quello spazio non funziona, semplicemente le persone non utilizzeranno la biblioteca.
Quando le persone si sentono a proprio agio e scelgono di tornare, allora vogliamo che leggano, partecipino, dialoghino e acquisiscano conoscenze.
In definitiva, si tratta di mettere insieme la strategia complessiva e la missione della biblioteca. E questo richiede persone capaci di gestire questi processi e di tradurli in un linguaggio con cui architetti, designer e altri professionisti possano lavorare.
Quali competenze stanno diventando oggi indispensabili?
All’interno di questo nuovo dipartimento dedicato allo sviluppo dei servizi, una delle competenze più importanti è senza dubbio il service design.
Lavoriamo molto anche su quello che, credo, in inglese viene chiamato user journey design.
Significa comprendere l’esperienza dell’utente dall’inizio alla fine: dal momento in cui entra in biblioteca, fino alla ricerca di un libro, allo studio, alla partecipazione alle attività. In altre parole, significa comprendere l’intero percorso dell’utente.
Allo stesso tempo, abbiamo bisogno di solide competenze nell’ambito delle piattaforme digitali.
Al momento direi che il più grande punto di forza della biblioteca è il fatto di continuare a essere un grande luogo fisico.
Le persone hanno bisogno di spazi fisici. Hanno bisogno di luoghi dove poter incontrare sconosciuti, entrare in relazione con altre persone e trascorrere del tempo insieme senza dover spendere denaro.
Questa è una delle funzioni sociali più importanti della biblioteca.
Allo stesso tempo, abbiamo bisogno anche di professionisti capaci di comprendere come questa esperienza possa essere offerta sia nello spazio fisico sia nell’ambiente digitale.
Abbiamo bisogno di persone che comprendano come gli utenti si muovono tra le diverse piattaforme digitali, come possano entrare in contatto con la Deichman online e poi continuare a utilizzare i nostri servizi nella biblioteca fisica.
Questo dipartimento, responsabile dello sviluppo dei servizi, riunisce competenze digitali ed esperienza nella progettazione dell’esperienza utente. Il suo compito è capire come creare un servizio fluido e come l’esperienza digitale debba integrarsi con quella fisica.
Sono competenze che dieci o quindici anni fa non avremmo nemmeno immaginato.
L’ultimo tema mette insieme visione e sostenibilità.
La Deichman è uno straordinario progetto architettonico e culturale. Innanzitutto vorrei capire come l’edificio si relazioni con la città e con la natura. Più in generale, in che modo la Deichman contribuisce a costruire un futuro più sostenibile?
Fin dall’inizio gli architetti che volevano partecipare al concorso per la progettazione della nuova biblioteca hanno dovuto confrontarsi con requisiti molto rigorosi.
L’edificio è stato concepito secondo ambiziosi criteri di sostenibilità orientati al futuro. Se è interessato agli aspetti più tecnici del progetto, probabilmente dovrebbe parlarne con uno degli architetti, perché il concetto stesso di sostenibilità dell’edificio costituiva uno degli elementi fondamentali del bando di progettazione.
Ci fu anche una lunga discussione su dove collocare la nuova biblioteca all’interno della città.
In un primo momento si pensò di adattare un edificio già esistente. Successivamente venne proposta la costruzione della biblioteca nell’area dove oggi sorge il Museo Nazionale. Alla fine, si decise di costruirla qui e, personalmente, credo che sia stata un’ottima scelta.
Oggi la biblioteca si trova tra la Stazione Centrale di Oslo e il MUNCH Museum.
Fin dall’inizio il progetto prevedeva rigorosi requisiti di sostenibilità riguardanti l’edificio stesso: la scelta dei materiali, gli standard ambientali e una progettazione pensata per rispondere alle esigenze future.
Un altro requisito importante derivava dal fatto che l’Opera House di Oslo era già diventata una meta capace di attirare un grande numero di visitatori in questa parte della città.
Una delle condizioni progettuali prevedeva che, osservando la città dalla Stazione Centrale, la nuova biblioteca non dovesse impedire la vista verso l’Opera House.
È per questo che l’edificio ha questa forma così particolare. I primi tre piani sono arretrati, mentre il quarto e il quinto piano sporgono sopra l’ingresso. In questo modo si preserva la continuità visiva tra la città, l’Opera House e il fiordo.
Sotto questo profilo, sia i materiali utilizzati sia l’impianto architettonico riflettono i principi del programma FutureBuilt.
Anche l’accessibilità rappresentava un requisito fondamentale.
Tutte le nostre biblioteche sono pensate per essere facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici, perché le persone devono poter utilizzare la biblioteca in modo sostenibile.
La Stazione Centrale si trova a pochi minuti a piedi e ogni anno vi transitano circa sessanta milioni di persone.
In questo senso, il progetto riunisce diverse dimensioni della sostenibilità: le prestazioni ambientali dell’edificio, l’attenta scelta dei materiali, una progettazione architettonica che rafforza il rapporto tra la città, l’Opera House e il waterfront e, infine, una collocazione che rende la biblioteca facilmente accessibile attraverso il trasporto pubblico.
Vorrei capire anche come la Deichman riesca a coniugare sostenibilità sociale e sostenibilità ambientale.
Per sostenibilità sociale intendo l’attenzione verso le persone, in particolare verso le persone con disabilità. Per sostenibilità ambientale mi riferisco invece al rapporto con la natura e ai programmi che la biblioteca sviluppa in relazione all’ambiente naturale.
Certamente.
Per quanto riguarda l’accessibilità delle persone con disabilità, in Norvegia questo rappresenta un requisito fondamentale per ogni edificio pubblico. Che una persona sia cieca o ipovedente, utilizzi una sedia a rotelle oppure abbia qualsiasi altra esigenza di accessibilità, l’edificio deve poter essere utilizzato senza difficoltà da tutti.
L’accessibilità non è qualcosa che si aggiunge in un secondo momento; è parte integrante del progetto fin dall’inizio.
Portiamo avanti anche numerosi progetti dedicati allo sviluppo urbano e alla sostenibilità ambientale. Queste iniziative non riguardano soltanto la biblioteca centrale. Tredici delle nostre ventiquattro biblioteche partecipano, ad esempio, a programmi che incoraggiano le persone a coltivare il proprio cibo. Distribuiamo semi affinché ciascuno possa coltivare ortaggi ed erbe aromatiche.
Organizziamo molte attività legate a quella che chiamiamo transizione verde. Si tratta di iniziative molto concrete, che offrono alle persone conoscenze pratiche: Come posso farlo? Come posso coltivare i miei ortaggi?
Alcune biblioteche invitano poi i partecipanti a tornare alla fine della stagione. Ognuno porta i prodotti coltivati, si prepara insieme una zuppa o altri piatti e li si condivide come comunità.
Allo stesso tempo organizziamo molte attività rivolte ai diversi gruppi della comunità. Cerchiamo di rendere la partecipazione il più semplice possibile, sia per chi desidera imparare la lingua, sia per chi vuole conoscere nuove persone o semplicemente costruire nuove amicizie.
Un altro esempio è il Future Library Project. Non so se ne ha mai sentito parlare.
Ho visitato la sala in legno al quinto piano. È uno spazio davvero speciale. Invita naturalmente alla riflessione, come se le esperienze dei piani sottostanti trovassero qui il tempo di decantare.
La Silent Room, al quinto piano, rappresenta l’espressione fisica del Future Library Project. L’idea è stata concepita dall’artista scozzese Katie Paterson. Il progetto è collegato a una piccola foresta nei dintorni di Oslo, dove nel 2014 sono stati piantati mille alberi. Quegli alberi continueranno a crescere per cento anni. Ogni anno uno scrittore viene invitato a contribuire al progetto donando un manoscritto inedito.
Se ricorda gli scaffali della Silent Room, sono cento: uno per ciascun anno del progetto.
I manoscritti rimarranno inediti e non saranno letti per cento anni. Solo allora gli alberi saranno abbattuti per produrre la carta sulla quale verranno finalmente stampati e pubblicati tutti i manoscritti. Ogni anno una cerimonia pubblica accompagna l’arrivo del nuovo manoscritto. Le persone si recano insieme nella foresta, dove l’autore consegna simbolicamente il manoscritto al Sindaco di Oslo. Il manoscritto rimane sigillato; viene reso pubblico soltanto il titolo. Ogni anno centinaia di persone partecipano a questo evento. Successivamente tutti tornano in biblioteca, dove il manoscritto viene collocato sul proprio scaffale nella Silent Room. Segue poi un incontro pubblico dedicato alla natura, al tempo e al futuro che desideriamo lasciare alle prossime generazioni.
La prima autrice invitata a partecipare al progetto è stata Margaret Atwood, la cui presenza ha dato all’iniziativa una straordinaria visibilità fin dall’inizio. Quest’anno abbiamo accolto Tommy Orange e Amitav Ghosh. Negli anni precedenti hanno partecipato anche autori come Han Kang, prima ancora di ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, e Karl Ove Knausgård.
Per molti aspetti questo progetto rappresenta una conversazione lunga cento anni sulla natura, sulla sostenibilità e sulla nostra responsabilità nei confronti del futuro.
E anche questo fa parte dell’identità della nostra biblioteca.
Se dovesse lasciare un breve messaggio alle generazioni future, quale sarebbe?
Per concludere, sulla base della sua esperienza, quale raccomandazione darebbe ai musei e alle istituzioni culturali della Regione Lazio che oggi stanno ripensando il proprio futuro?
Credo che uno degli insegnamenti più importanti che abbiamo tratto durante la progettazione della nuova biblioteca centrale sia stato quello di rimanere sempre strettamente connessi alle persone e al contesto che ci circonda.
Durante tutto il processo di progettazione abbiamo cercato, per quanto possibile, di capire quali sarebbero stati i bisogni delle persone dieci anni dopo, quando la biblioteca avrebbe finalmente aperto. Il processo è stato molto lungo e sapevamo che, nel frattempo, la società avrebbe continuato a cambiare.
Allo stesso tempo, credo sia fondamentale rimanere fedeli alla missione più profonda della propria istituzione.
Se guardate la nostra biblioteca, è ancora una biblioteca.
Il cuore della nostra missione è lo stesso di quando la Deichman aprì le sue porte, nel 1785.
Per questo il mio consiglio è molto semplice:
Rimanete fedeli ai vostri valori e alla vostra missione, ma continuate a chiedervi in che modo quella missione possa rispondere ai bisogni della società contemporanea.
È importante guardare sia all’ambiente digitale sia agli spazi fisici. La risposta non sarà mai la stessa in luoghi diversi.
Per questo il processo di progettazione deve essere preso molto seriamente e sviluppato attraverso un dialogo continuo con le persone che utilizzeranno realmente la vostra istituzione.
Ma non rinunciate mai alla vostra missione. Rimanete fedeli alla ragione per cui esistete.